“Invasion of the Body Snatchers” (1978)


Quando Philip Kaufman ricevette un budget di ben 3 milioni di dollari per realizzare il remake della pietra miliare Invasion of the Body Snatchers (Don Siegel, 1956) evidentemente aveva già le idee chiare: intendeva mantenere identico il plot, ma trasportarlo dalla location di una piccola cittadina americana a S. Francisco, simbolo della grande metropoli, per aumentare il senso di claustrofobico ed opprensivo della vicenda; inoltre, così facendo, voleva mantenere il messaggio di critica verso la politica, cambiando il suo bersaglio dal maccarthismo e dal comunismo alla politica dell’individualismo e della “caccia al diverso” operata da Nixon e Ford.

In quel periodo storico infatti la celebrazione dell’individualità e della diversità era giunta al suo massimo: appariva inevitabile al regista Kaufman la scelta di trasportare la narrazione dell’invasione aliena direttamente in una grande città, e non è un caso che la scelta sia ricaduta direttamente su S. Francisco, la città dei “figli dei fiori”, ideale per mostrare come sia possibile (anche piuttosto realisticamente nella realtà di tutti i giorni) un graduale e terrificante abbandono dei propri ideali e sentimenti in virtù di un individualismo sfrenato ed egoista. In una grande metropoli infatti ciascuno è virtualmente un estraneo e nessuno è veramente in grado di riconoscere i sottili cambiamenti nelle persone che camminano per strada a pochi metri le une dalle altre: ecco perché il remake del ’78 appare molto più terrificante (e realistico) dell’originale.

L’elemento più spaventoso della storia è che potrebbe realmente accadere; ci trovavamo in un periodo storico e in una nazione (gli Stati Uniti) in cui la politica repubblicana di Nixon e Ford aveva raggiunto limiti insostenibili, tanto da essere anche pubblicamente sbeffeggiata nel film da una battuta pronunciata dal protagonista (“Se credi a queste cose devi essere impazzita, o avere avuto qualche trauma nell’infanzia, o essere una repubblicana”). D’altra parte ad accrescere l’atmosfera di paranoia del film hanno anche contribuito diversi fatti accaduti subito prima della sua uscita: gli assassinii dell’assessore di S. Francisco Harvey Milk e del sindaco George Moscone e il suicidio di massa di quasi 1000 persone appartenenti alla Setta di People in Jonestown, Guyana.

Coadiuvata da questi drammatici avvenimenti, la vicenda narrata in Terrore dallo Spazio Profondo (questo il titolo scelto per la versione italiana del film) assume una nuova valenza ancora più raccapricciante: si colora infatti di fosche tinte diventando l’allegoria di un periodo dominato non solo dall’individualismo, dall’alienazione e dall’arrivismo ma anche dalla paranoia, da teorie cospirazionistiche e di plagi di parte di leader di sette e culti particolari. Anche per questo il film ebbe un grande successo di pubblico e di critica: venne detto che Kaufman era riuscito, pur mantenendosi fedele al plot originale, ad arricchirlo calandone la vicenda nell’era contemporanea, trasformandolo così da mero film di fantascienza a vettore di critica socio-politica, fornendo un’analisi acuta della realtà contemporanea.

La vicenda de Invasion of the Body Snatchers è nota. Elizabeth (Brooke Adams) confida all’amico Matthew (Donald Sutherland), ispettore igienico nei ristoranti di S. Francisco, che da qualche giorno suo marito appare cambiato, senza più sentimenti, come se fosse un’altra persona; nel frattempo Matthew raccoglie in giro per la città altre testimonianze simili. La vicenda diventa sempre più strana quando Jack e Nancy, due loro amici, rinvengono nella loro sauna pubblica uno strano essere, simile ad un cadavere ma incompleto come un feto, cosparso su tutto il corpo da una strana peluria bianca. Non ci vorrà molto a capire che S. Francisco è invasa da creature aliene le quali, sviluppandosi da un fiori e creandosi in un baccello, assorbono le sembianze dei loro bersagli umani, per poi sostituirli in tutto e per tutto nella vita quotidiana.

Fin dalla scelta degli attori si capisce quanto questo remake era considerato un evento: ci sono Donald Sutherland (già protagonista in Don’t Look Now, 1973), evidentemente a suo agio in pellicole thriller con forti componenti di alienazione e cospirazioni, la bella Brooke Adams, perfetta nel suo ruolo, l’attore Jeff Goldblum (che otto anni più tardi raggiungerà il suo apice interpretando il mad scientist in The Fly di Cronenberg) e per finire – ciliegina sulla torta in un film di fantascienza – la leggenda Leonard Nimoy direttamente da Star Trek.

Tutto nel film funziona: le interpretazioni degli attori, la fotografia buia e nello stesso tempo artistica, ideale per mostrare lo “sporco” (anche metaforico) della grande metropoli americana, l’atmosfera di crescente e sempre presente tensione e il senso di alienazione e di angoscia che si percepisce praticamente durante tutta la visione del film. Persino il finale (diverso rispetto alla versione originale del 1956), nello stesso tempo terrificante ed ironico, risulta una trovata azzeccata. Ottimi anche gli effetti speciali, specialmente nelle scene che mostrano la nascita e l’auto-creazione degli ultracorpi ed il deperimento contemporaneo dei loro bersagli umani (scene che nella versione originale del film per la pochezza dei mezzi erano perlopiù lasciate all’immaginazione dello spettatore). Unico difetto del film è forse l’eccessiva coda finale, difetto opposto all’originale, nel quale il termine della narrazione avveniva da un momento all’altro, nel giro di pochi minuti.

Curiosità:

  • Il regista del film appare in un cameo, nella parte del taxista.
  • Anche Kevin McCarthy, protagonista del film originale del 1956, appare in un cameo, nella parte dell’uomo che chiede aiuto e che poi viene linciato dalla folla.
  • Persino il regista Philip Kaufman appare nel film, nella parte dell’uomo impaziente che bussa alla cabina telefonica occupata da Donald Sutherland.

Video:

Trailer del film.

Valutazione: 7.8

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