“Lo strano Vizio della Signora Wardh” (1971)


Sergio Martino, prima di diventare uno dei più famosi artefici della commedia trash-erotica italiana, fu uno dei primi registi a cimentarsi con il giallo/thriller nel nostro Paese: tra il 1971 e il 1973 girò infatti cinque pellicole, di cui Lo strano vizio della signora Wardh fu la prima; ad essa seguì lo stesso anno La coda dello scorpione, nel 1972 fu la volta di Tutti i colori del buio e di Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, mentre nel 1973 uscìI corpi presentano tracce di violenza carnale. Negli anni seguenti uscirono altre pellicole di Martino dichiaratamente gialle, ma più vicine al poliziesco (o al poliziottesco) che alle atmosfere morbosamente thriller dei cinque titoli di cui sopra. Si noti come Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave venne intitolato così dal regista citando un bigliettino che compare in questo film.

Lo strano vizio della signora Wardh si pone su quel filone thriller-giallo in cui va a finire che gli omicidi sono spesso dettati da ragioni di eredità, o da passionali vendette per lavare l’onta di un tradimento. Per questo motivo, più che agli altri quattro film della lista di cui sopra (eccezion fatta per La coda dello scorpione, che è quello che si avvicina di più a Lo strano vizio) si potrebbe accomunare questa pellicola con Così dolce… così perversa (Umberto Lenzi, 1969), Il dolce corpo di Deborah (Romolo Guerrieri, 1968) e Sei donne per l’assassino (Mario Bava, 1964). Come al solito in questi tipo di film, il plot è caotico e spesso poco verosimile, ma comunque alla fin fine regge bene senza troppi “buchi”.

Nel film in questione, “lo strano vizio” di Julie Wradh (Edwige Fenech) è un’eccessiva promiscuità sessuale, che sfocia talvolta nel sadomasochismo. Dopo una relazione “estrema” con l’eccentrico Jean (Ivan Rassimov), Julie è convinta a mettere la testa a posta e si sposa con il broker di borsa Neil Wardh; ma dopo un anno Julie, ritornando a Vienna dalla sua amica Carol, capisce che il matrimonio con Neil non funziona, ragion per cui stringe una relazione intima con il focoso George. Nel frattempo Jean ritorna alla carica inviando a Julie dei mazzi di rose rosse con allegati alcuni criptici bigliettini, nei quali il desiderio di un ritorno di fiamma e la follia violenta dell’uomo si mischiano inevitabilmente, spaventando Julie.

Come se non bastasse, in città gira un killer armato di una lama di rasoio che si diverte a sgozzare le ragazze che passeggiano da sole: dopo una vittima sconosciuta, vengono uccise un’amica di Carol, poi Carol stessa. Julie è convinta che il killer sia Jean, e riferisce i suoi sospetti alla polizia e al marito Neil, che però non possono fare nulla per dimostrarlo, avendo Jean un alibi. Ad ogni modo, dopo la morte della sua amica Carol, Julie non può stare tranquilla, e a ragione: da lì a poco infatti lei stessa si troverà faccia a faccia con l’assassino, il quale la braccherà prima nel garage del suo condominio e poi all’uscita dell’ascensore (una scena molto simile verrà girata tre anni più tardi da Massimo Dallamano nel suoLa polizia chiede aiuto). Solo per miracolo Julie la scamperà, e il killer fuggirà senza svelare la sua identità.

Julie è sempre più convinta che il suo perseguitore, nonché il killer di Vienna, sia Jean, e riesce a convincere il marito a dargli una lezione. I timori di Julie vengono però sconfessati quando lei e Neil si introducono nella villa di Jean e lo trovano sdraiato nella vasca da bagno colma di sangue fino all’orlo, immobile e quindi apparentemente morto. Come per chiudere il cerchio, in quei giorni il killer, nel tentativo di compiere l’ennesimo omicidio, viene colpito a morte dalla vittima designata di turno, mettendo così (apparentemente) fine all’incubo di Julie. Essa dovrebbe ormai essere tranquilla e sicura della sua incolumità ma, ancora scossa per la morte di Carol, accetta al volo quando George gli propone di lasciare Neil e scappare in Spagna con lui per una vacanza di relax.

Ma anche in Spagna Julie non è tranquilla: il suo sonno viene continuamente scosso da incubi e flashback in cui gli appaiono dall’oltretomba Jean e Carol coperti di sangue mentre la deridono e la brutalizzano. Inoltre, mentre cammina per la strada con George, le viene recapitato tramite un bambino uno dei soliti mazzi di rose rosse che era solito spedirle Jean, con il solito bigliettino anonimo ed inquietante. Come se non bastasse, durante una passeggiata solitaria sul lungomare, le viene sparato contro un proiettile proveniente da chissà dove. Julie è al limite della sopportazione, e quando giunge a casa da George sviene all’improvviso dopo aver visto qualche goccia di sangue.

George si assenta per un paio d’ore da casa per andare a Barcellona a trovare un dottore che possa visitare la moglie, ma mentre egli è assente giunge Jean (che dunque è ancora vivo) a fare visita a Julie; dopo averla fatta svenire con il cloroformio, apre la canna del gas e la lascia esanime sul pavimento della cucina, chiudendo dall’interno la porta con un trucchetto da professionista con un cubetto di ghiaccio, simulando in tal modo un suicidio. Quando George e il dottore giungono a casa è troppo tardi: il battito cardiaco di Julie si è già arrestato e il dottore, dopo un disperato tentativo in ambulatorio, dà a George la notizia della sua morte; dopo la morte di Julie, giunge da Vienna anche Neil.

Come al solito il finale rimescola tutte le carte: George, Jean e Neil erano tutti e tre in combutta (chi per una ragione chi per un’altra) per far fuori la povera Julie. Inoltre loro stessi, approfittando della presenza in città dell’assassino con il rasoio, hanno ucciso Carol (per ragioni di eredità che aveva George). George inoltre uccide Jean con un colpo di pistola proprio nel momento di consegnargli i soldi per il suicidio di Julie da lui inscenato (inscenando di fatto lui stesso il suicidio del medesimo!), quindi ritorna a Vienna con George. Qui i due, mentre guidano la loro auto sui tornanti dei monti circostanti Vienna, scorgono una donna dall’eccezionale somiglianza con Julie chiedere l’autostop. Una volta capito che la morte di Julie è stata inscenata dal dottore e dalla polizia per smascherarli, perdono la ragione ed il controllo dell’auto, morendo così miseramente precipitando giù dal tornante in un torrente roccioso.

Sebbene inferiore a Tutti i colori del buio e probabilmente anche a I corpi presentano tracce di violenza carnale, Il vizio della signora Wardh si presenta come un giallo-thriller di rilievo. E’ vero che Martino non dà qui il meglio di sé come nei deliri psichedelici e cospirazionistici di Tutti i colori del buio, ed è anche vero che rimane ben sotto al livello di interesse artistico che presentano le pellicole dei più blasonati Dario Argento, Aldo Lado, Massimo Dallamano, Mario Bava (solo per fare qualche nome), ma tuttavia Martino riesce nell’impresa di realizzare un film di questo genere incastrando i tasselli in modo impeccabile, sebbene forse in qualche passaggio un po’ troppo forzatamente. E’ indubbio che il pezzo forte di Il vizio della signora Wardh sono gli attori: George Hilton (nei panni del suo omonimo, amante di Julie) e Ivan Rassimov (Jean) sono dei veterani del genere, e in particolare dopo tutte le pellicole di questo genere che hanno girato in quegli anni possono essere visti come degli esperti nel fare l’uno (Hilton) la parte dello sciupafemmine con qualcosa da nascondere, l’altro (Rassimov) la parte dell’inquietante persecutore di personaggi femminili facilmente impressionabili. I due attori, qui, sono anche protagonisti di una memorabile scena girata con una visuale assai innovativa da Martino: la morte di Jean ad opera di George ci viene mostrata riflessa nelle lenti a specchio degli occhiali da sole di George stesso!

Per quanto riguarda la Fenech, le viene chiesto in questo film di fare una parte ben diversa da quella che avrà l’anno successivo in Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave: se infatti lì era una ragazzina borghese, ninfomane e sicura di sé, nella pellicola in questione il suo personaggio ricalca più o meno quello che le venne assegnato l’anno seguente da Martino stesso in Tutti i colori del buio. La Fenech fa infatti la parte di una donna costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, convinta per un motivo o per l’altro che ad ogni angolo della strada ci sia qualcuno pronto a tagliarle la gola. Un ruolo insomma che ricorda molto da vicino, nella filmografia nostrana di quegli anni, la protagonista de Il profumo della signora in nero (non a caso l’altro film italiano, oltre a Tutti i colori del buio, che riprende i demoniaci deliri di Roman Polanski in Rosemary’s Baby, 1968).

Come in Tutti i colori del buio, alcune tra le sequenze migliori del film (se non le migliori) sono quelle oniriche, incubi nei quali Julie mischia i flashback del suo passato di sangue con Jean con le sue paure attuali concernenti la morte dell’amica Carol e delle altre ragazze sgozzate dal maniaco e con l’inconscia esplorazione delle sue morbose devianze sessuali. Le scene di nudo, vera e propria ancora di salvataggio del successivoIl tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (come anche di altri titoli un po’ fiacchi del genere), stranamente in questa pellicola non hanno lo spazio che si meriterebbero (o perlomeno che lo spettatore potrebbe aspettarsi quantomeno dal titolo); molto strano, perché dai primi dieci/quindici minuti di film sembrerebbe che Martino faccia spogliare la Fenech il più possibile, tra docce, incubi e flashback vari. Molto plausibile quindi un intervento piuttosto drastico della censura, anche perché alcune scene di sesso sembrano tagliate con l’accetta. Per il resto, nelle scene degli omicidi Martino come al solito ne approfitta per far intravedere attraverso il vestito delle vittime (sempre se al momento dell’assalto ne indossano uno…) quantomeno uno scorcio di tetta.

Vero punto di forza di Lo strano vizio della signora Wardh è la colonna sonora ad opera di Nora Orlandi: non esiterei a definirla tra le migliori colonne sonore scritte per film del filone giallos/thriller italiano, tanto è vero che Quentin Tarantino, noto amante del genere, la cita per ben due volte in Kill Bill: Vol. 2 (2004). Apprezzabile anche la sceneggiatura, in particolar modo le frasi scritte sui bigliettini “d’amore” (espediente che verrà citato sette anni più tardi da Antonio Bido nell’ottimo Solamente Nero) dallo psicopatico Jean; bellissimo anche lo scambio di battute finali tra Julie e il dottore che l’ha salvata da morte certa (“Dottore, lei mi ha salvato la vita, ma io mi sento morta lo stesso”; “Riuscirà a dimenticare tutto, non c’è miglior medico del tempo”). Il film è conosciuto all’estero come Blade of the ripper, titolo che pone ingenuamente l’attenzione sul killer il cui ruolo si rivelerà poi marginale all’interno di una vicenda ben più complessa; sotto questo punto di vista, è inevitabile riconoscere che il titolo italiano è di gran lunga più azzeccato, anche se forse proprio il titolo del successivo Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave a ben vedere sarebbe stato l’ideale.

Video:

Trailer del film.

Valutazione: 7.5

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