“Tutti i Colori del Buio” (1972)


Dei cinque titoli thriller della filmografia di Sergio Martino, pubblicati nell’arco di tre anni (1971-1973), Tutti i colori del buio (All’estero All the colors of the dark) è il migliore. Se Il coltello di ghiaccio rimaneva un tipico giallo all’italiana con qualche contaminazione thriller, Lo strano vizio della signora Wardh presentava la stessa formula migliorando in modo sensibile sia la narrazione della vicenda che la fotografia, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave si sarebbe avventurato con risultati discutibili nell’horror e nello splatter e I corpi presentano tracce di violenza carnale fondeva con buoni risultati il thriller italiano con lo slasher, con Tutti i colori del buio Martino trova l’ideale bilanciamento tra tutti i generi di cui sopra, realizzando un giallo/thriller a tinte ora psicologiche (psicanalitiche) ora horror. Pur senza porre al centro del film la figura di un killer assetato di sangue, Martino ottiene più suspance di quanta non ne avesse trovata nelle altre pellicole, tipicamente fondate sulla presenza di un omicida seriale.

Tutti i colori del buio si presenta come una pellicola a metà tra il capolavoro di Roman Polanski uscito qualche anno prima, il thriller satanico Rosemary’s Baby (1968) e un film di Francesco Barilli uscito due anni più tardi, Il profumo della signora in nero (1974). Seppur l’influenza di Rosemary’s Baby è lampante, bisogna riconoscere a Sergio Martino la sua capacità di rilettura della vicenda e di integrazione della stessa con soluzioni narrative e risvolti nel plot diametralmente opposti a quelli del capolavoro di Polanski: se infatti in Rosemary’s Baby Polanski riesce, per quasi tutta la durata il film, a far dubitare lo spettatore dell’effettiva presenza del Diabolico riguardo alla paranoia cospirazionistica della protagonista, in Tutti i colori del buio lo spettatore viene portato a pensare per un’ora e mezza che Satana (o comunque una presenza sovrannaturale) aleggi minaccioso sulla vicenda, per poi rimanere stupito da un finale meno metafisico ma forse più funzionale.

Jane (Edwige Fenech) è una donna che soffre di depressione dopo aver perso il figlio che portava in grembo in un incidente stradale, causato goffamente dal marito Richard (George Hilton). Ad aumentare la debolezza dei suoi nervi c’è in più la morte tragica della madre, avvenuta in circostanze misteriose quando lei e la sorella Barbara (Nieves Navarro) erano delle bambine. A causa di questi due traumi, Jane è continuamente perseguitata da incubi terrificanti, nei quali rivive la morte della genitrice e l’interruzione della gravidanza a causa della ferocia di un maniaco (un Ivan Rassimov con delle improbabili lenti a contatto azzurro shocking).

Jane viene spesso lasciata sola dal marito per questioni di lavoro; inoltre non ha praticamente vita sociale, essendo la sua unica frequentazione la sorella Barbara. In più, avverte la presenza di un uomo che la segue ovunque vada, un uomo identico al maniaco del suo sogno. Quando si accorge che il suo psicologo Burton (George Rigaud) nulla può di fronte alla sua delicatissima situazione, Jane si affida ad una donna che vive nel suo stesso condominio, tale Mary (Marina Malfatti), la quale le confida che anche lei era in una situazione simile alla sua ed è riuscita ad uscirne. La soluzione che Mary propone a Jean è bizzarra e quantomeno spaventosa, ma a quanto pare è l’unica rimasta a Jane per guarire: così la protagonista segue il consiglio di Mary che la introduce ad una setta devota a Satana e la sottopone ad un sabba.

Seppur inizialmente Jane sembra aver superato in buona parte i suoi traumi (riesce dopo diverso tempo, per la gioia del marito, anche a vivere serenamente l’atto sessuale), in realtà le cose sono peggiorate ulteriormente: Jane ha visioni di morte ogni momento della giornata ed inoltre viene ancora seguita dal maniaco, che la vuole uccidere. Si sottopone così ad un secondo sabba con la setta, durante il quale viene obbligata dal Gran Sacerdote (Julian Ugarte) a pugnalare a morte Mary come vittima sacrificale. Nel frattempo scopre che il marito Richard custodisce gelosamente nella sua libreria un tomo di stregoneria ed inizia perciò a dubitare anche di lui.

Ormai convinta di essere impazzita del tutto, Jane ritorna dal Dr. Burton, il quale le offre protezione presso la casa di due suoi anziani conoscenti. Ma essa non è al sicuro nemmeno qui, perché il maniaco riesce ad introdursi in qualche modo nella casa e ad uccidere i suoi due ospitanti; inoltre, viene ucciso anche il Dr. Burton. Nel frattempo Richard scopre che Barbara stessa fa parte della setta con la quale si è immischiata Jane e per questo la uccide con un coltello, simulandone il suicidio. Giunta all’ospedale dopo l’ennesimo esaurimento nervoso, Jane vive in un sogno l’omicidio del marito Richard per mano sua, sulle scale del palazzo in cui abitano. Quando, tornati a casa dall’ospedale, rivive la stessa situazione, capisce che il suo era un sogno premonitore e, avvertendolo, permette al marito di fuggire alla follia omicida del Gran Sacerdote della setta, che muore cadendo rovinosamente da un tetto.

L’epilogo della vicenda vede la polizia spiegare a Jane che sua madre morì anni prima per mano della setta. L’assassino fuggì in Australia dove qualche settimana prima era morto, lasciando una parte consistente della sua eredità a Jane e a Barbare, evidentemente per rimorso riguardo al delitto compiuto. Barbara, facendo parte della setta e volendo tutta l’eredità per lei, voleva fare impazzire la sorella per eliminarla e godersi tutto il denaro.

Come accennato, gli elementi di raccordo con Rosemary’s Baby sono evidenti, sebbene filtrati attraverso luce nuova. Per iniziare, protagonista del film è una donna in galoppante stato di paranoia ed alienazione, con un partner spesso assente per gli impegni lavorativi. Si noti che anche qui al centro della vicenda vi è una gravidanza, ma se in Rosemary’s Baby essa è la conclusione drammatica della vicenda qui è il fatto scatenante di tutta la follia; inoltre in Tutti i colori del buio l’angoscia della gravidanza non nasce da alcun fatto sovrannaturale ma da un trauma psicanalitico molto più tangibile. In entrambe le vicende i vicini di condominio covano piani diabolici di controllo della mente della protagonista: ma se in Rosemary’s Baby erano un(‘apparente) coppia tranquilla che prepara cenette (e che poi si scoprono membri di una congrega di satanisti), qui sono due giovani donne, di cui una è la sorella della protagonista. Inoltre è evidente che, come nel capolavoro di Polanski, l’elemento satanico aleggia su tutta la vicenda (il libro di stregoneria di Richard e soprattutto il sabba di sangue e sesso), sebbene alla fine non abbia un’importanza pregnante all’interno del plot.

Come in Rosemary’s Baby, riveste un ruolo centrale nel film la vicenda psicologica della protagonista, che qui si tinge di tonalità psicanalitiche. L’analisi psicanalitica freudiana, similmente ne Una lucertola con la pelle di donna (Lucio Fulci, 1971) si propone come soluzione dei mali che attanagliano la protagonista, ma in entrambi i casi si dimostra inadeguata a sondare con efficienza l’animo umano; come nel capolavoro thrilling di Fulci, viene anzi messa alla berlina dai propositi loschi (e alquanto terreni) dei personaggi che compiono i delitti nelle due vicende. Come in Una lucertola con la pelle di donna, il sogno ricopre in ogni caso un ruolo essenziale all’interno del film, qui se non altro almeno dal punto di vista visivo: le sequenze oniriche degli incubi di Jane sono tra le scene più riuscite del film: psichedelia pura.

La realizzazione fotografica è essenziale al risultato del film: Tutti i colori del buio si presenta agli occhi dello spettatore in alcune sequenze rarefatto e angosciante (seguendo l’esempio di Rosemary’s Baby), ma in altre appare come un delirio psichedelico. La fotografia è spesso molto colorata ed innaturale (gli occhi azzurro shocking del maniaco, il vino rosso rubino, le pillole effervescenti blu elettriche), ma non per questo invadente: grazie anche a degli ambienti artistici (gli appartamenti art noveau del condominio in cui la vicenda si svolge) appare convincente ed anzi azzeccata. Anche la splendida colonna sonora, ad opera di Bruno Nicolai, è fortemente ispirata a quella di Rosemary’s Baby. Sebbene la pellicola scada spesso e volentieri nel trash più o meno spinto (i sogni di Jean, il sabba lesbo-strupro-erotico-satanico-orgiastico) non per questo perde l’intensità che Martino conferisce alla narrazione, ed anzi la rivitalizza conferendogli un’aura (inedita rispetto all’influenza polanskiana) di folle psichedelia visiva.

Il film regge bene anche grazie all’interpretazione dei protagonisti della vicenda. Edwige Fenech, sempre bellissima e qui alienata a livelli anche maggiori rispetto a Lo strano vizio della signora Wardh, sforna forse la sua migliore prestazione nella filmografia di Sergio Martino. Ivan Rassimov, nel suo ruolo più riuscito del ciclo in questione del regista romano, nei panni di un ineffabile maniaco in impermeabile beige ed occhi fosforescenti, appare convincente come non mai nelle vesti del persecutore assetato di sangue con lama nel taschino della giacca. George Hilton rimane sui livelli abituali, senza strafare ma interpretando comunque in modo convincente la parte del marito non del tutto sincero con la moglie (è in ogni caso bravo a far dubitare lo spettatore per larga parte del film del suo effettivo coinvolgimento nella congrega cospirazionistica). Buone anche le interpretazioni George Rigaud, nella parte ormai ideale per lui dello psicologo che ricopriva anche in Una lucertola con la pelle di donna l’anno precedente, e del mefistofelico Julian Ugarte nei panni del Gran Sacerdote con lunghe unghie posticce e il ciondolo dell'”occhio degli Illuminati” al collo.

Video:

Trailer italiano del film.

Valutazione: 7.9

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