“La Donna del Lago” (1965)


La donna del lago, prodotto nel 1965 dall’accoppiata Luigi Bazzoni – Franco Rossellini, è considerato uno dei primi film gialli italiani, anticipatore dell’ondata degli “italian giallos”. La pellicola è ispirata ai delitti di Alleghe, paesino con lago in provincia di Belluno sotto le Dolomiti, in cui fra il 1933 e il 1946 furono compiuti cinque omicidi, rimasti irrisolti fino al 1964. Sulle vicende di Alleghe, scrisse un romanzo Giovanni Comisso ed un libro di cronache il giornalista Sergio Saviane: a queste due opere Bazzani e Rossellini si ispirarono per la realizzazione di La donna del lago.


Lo scrittore Bernard (Peter Baldwin) si reca ad Alleghe, nel Veneto, per trascorrere un mese di tranquillità in villeggiatura, allo scopo di concludere la sua ultima opera ma soprattutto di rivedere una donna della quale era innamorato due anni prima: si tratta di Tilde (Virna Lisi), la domestica dell’albergo gestito dal signor Enrico (Salvo Randone) e dalla sua famiglia (il figlio Mario e la figlia Irma), luogo dove Bernard passa usualmente le sue vacanze sul lago. Ma una volta giunto ad Alleghe, trova una nuova domestica (che indossa lo stesso cappotto di Tilde) nell’albergo del signor Enrico. Inoltre, tutti gli abitanti del paesino sembrano diffidenti nei confronti di Bernard e restii a parlare.

Bernard, domandando al signor Enrico di Tilde, scopre l’amara verità: essa si è suicidata l’inverno precedente con dello iodio. Bernard intuisce subito che il proprietario dell’albergo gli sta nascondendo qualcosa, e ricava delle rivelazioni importanti da Francesco, il fotografo/ottico del paesino. Egli, suo amico di vecchia data, gli riferisce che il cadavere di Tilde non aveva solo tracce di iodio nello stomaco, ma anche un taglio profondo sulla gola: l’arma del delitto sarebbe stata il rasoio del signor Enrico. Inoltre Francesco mostra a Bernard una foto di Tilde di pochi giorni precedente alla sua morte, foto nella quale si vede chiaramente che Tilde era incinta.

Bernard avverte un clima di omertà che grava su tutto il paesino ed inizia a convincersi che in realtà Tilde non si sia suicidata, ma che sia uccisa dal signor Enrico, il quale probabilmente l’aveva messa incinta. Secondo Bernard, la verità sarebbe stata scoperta e poi insabbiata a causa del grande peso della famiglia proprietaria dell’hotel, molto ricca e potente. Inoltre, dopo che l’amico Francesco gli confida che secondo l’autopsia Tilde era vergine, Bernard ha un flashback nel quale ricorda di aver spiato la donna durante l’atto sessuale con un uomo che non era riuscito ad identificare.

Bernard diventa sempre più inquieto e avverte un clima greve e teso in tutto il paesino. Ogni notte, affacciandosi alla finestra, vede una donna camminare solitaria sulla riva del lago: essa si rivelerà poi essere Adriana (Pia Lindstrom), la novella moglie di Mario, figlio di Enrico. In quei giorni Bernard nota che Adriana viene segregata in casa tutto il giorno e, sebbene il signor Enrico accenni ad una misteriosa malattia, egli è convinto che ci sia dietro qualcosa di più sinistro. Un pomeriggio Bernard si accorge che Adriana dalla sua finestra cerca di lanciargli un bigliettino, che però non riuscirà mai a trovare né a leggere. In compenso, quella notte stessa, intravede Adriana di spalle sul lungolago ma non riesce a parlarle dal momento che essa fugge non appena si sente inseguita da lui.

La mattina seguente viene data la notizia della morte di Adriana, cascata fatalmente nel lago la notte precedente. Bernard, rimasto da solo nell’albergo mentre si celebra il funerale, ha modo di vedere che la pelliccia bianca che Adriana era solita indossare durante le sue passeggiate notturne è ancora nella sua stanza d’albergo, e perciò gli sorge il dubbio che anche in questo caso si tratti di omicidio. Inoltre sente il signor Enrico che, allontanatosi dal corteo funebre per un presunto malore e rifugiatosi nella stanza che fu di Tilde, si rivolge in lacrime proprio a quest’ultima.

Bernard vorrebbe parlare con Francesco, ma questi ha già lasciato la città, probabilmente temendo della propria incolumità per via dei segreti di cui era a conoscenza. Improvvisamente però Mario (Philippe Leroy) fa sapere a Bernard che intende parlare con lui, ma lo scrittore sul momento non vuole rischiare di trovarsi faccia a faccia con Mario, che crede sia complice del padre Enrico nei due delitti. Tuttavia, la sera stessa, Bernard si assopisce e sogna Mario che gli confessa di essere lui il responsabile della morte sia di Tilde che di Adriana: la prima, amante sia del padre Enrico che sua, fu uccisa perché una volta rimasta incinta minacciava di raccontare tutto in giro; la seconda, perché una volta saputa la verità sulla morte di Tilde aveva manifestato la volontà di denunciarlo.

Bernard però si risveglia e realizza che è stato solo un sogno. Tuttavia, accostando la tenda della finestra, vede che sul lungolago cammina una figura femminile, con la stessa silhouette e la medesima pelliccia bianca di Adriana. Così, una volta sceso in strada, la raggiunge e scopre che è Irma (Valentina Cortese), la quale in un folle delirio confessa di essere lei l’assassina delle due donne, le quali avevano osato amare suo padre e suo fratello, che lei sola poteva amare; essa le avrebbe dunque uccise innanzitutto per salvare il nome della famiglia e la fonte redditizia dell’albergo ed inoltre anche per una forma di malsana gelosia che aveva sviluppato negli anni nei confronti dei due membri maschili della sua famiglia. Irma si suicida infine gettandosi nel lago, e pochi minuti dopo vengono ritrovati i cadaveri anche di Mario ed Enrico.

La donna del lago è uno splendido esempio di giallo d’atmosfera, che si distingue dunque dai film successivi appartenenti al cosiddetto filone “giallos italiano” (Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci, Massimo Dallamano, Aldo Lado e via dicendo), i quali presentano un gusto macabro per gli omicidi e per le immagini forti, oltre che una trama molto intricata e diversi personaggi loschi ipotizzabili come potenziali assassini. E’ interessante però notare come, a ben vedere, La donna del lago presenta molti tratti in comune con il filone suddetto o per meglio dire ha il merito di anticiparne molte idee.

Si pensi alla location, un piccolo paesino veneto dove vige un clima di fredda omertà, alla morte misteriosa di un personaggio caro al protagonista che per questo inizia ad indagare, ad un secondo delitto, ad una tensione che si fa sempre più serrata ed onirica. Si noti anche che sono ricorrenti molti temi tipici del giallos all’italiana: presenza di una fotografia come indizio, ossessione sessuale, flashback non chiari, una sovrapposizione del piano della realtà con quello delle supposizioni e dell’alienazione dalla medesima. Insomma, se fosse stato prodotto sei o sette anni più tardi, probabilmente La donna del lago sarebbe stato realizzato in technicolor e avrebbe mostrato tutti gli assassinii, compiuti da un misterioso killer in guanti di pelle nera ed impermeabile chiaro; e, possiamo scommetterci, sarebbe stato uno dei film cult del genere.

La donna del lago sviluppa anche una forte tensione psicologica, debitrice alle pellicole di Hitchcock e in qualche modo anticipatrice involontaria di quelle a tinte thriller di Polanski (Repulsion, Le Locataire) e di Kubrick (Shining presenta molteplici tratti in comune con la pellicola di Bazzoni-Rossellini: si pensi al personaggio dello scrittore in crisi che si rifugia in una località montana in un albergo disabitato o ai corridoi solitari dell’albergo stesso). Tuttavia i film che più facilmente possono essere accomunati a La donna del lago sono alcuni thriller/gialli italiani degli anni successivi, a partire daCosa avete fatto a Solange? (Massimo Dallamano, 1972) e la doppietta La corta notte delle bambole di vetro e Chi l’ha vista morire?, entrambe pellicole di Aldo Lado.

Notevoli sono, oltre alla fredda ed indulgente fotografia e alla colonna sonora che risulta perfetta nel riempire i molti silenzi del film, molte idee dei due registi. Si pensi per esempio al colpo di scena iniziale: dopo una scena che ci mostra Bernard fissare una fotografia di Tilde e suonare il bottone per chiamare a sé la domestica, ci accorgiamo che quando la porta si apre non è Tilde, ma un’altra donna, ad apparire. Si pensi alle visioni oniriche di Bernard, dalla rivelazione anticipatrice, sebbene confusa, di Irma a quella plausibile e fin troppo lineare di Mario (esattamente nel momento in quest’ultimo la conclude, la scena si sposta su Bernard nel letto appena destatosi da un sogno, e in questo modo geniale Bazzoni e Rossellini, dopo aver fornito allo spettatore un finale più che convincente, fanno rewind e ne forniscono uno diverso, persino più agghiacciante).

Ma ciò che rende speciale la visione del film è l’atmosfera: spettrale ed autunnale, nebbiosa ed opaca nelle sue mille ipotesi e sconvolgimenti interiori del protagonista (personalmente la ricollego all’atmosfera di un film inglese di quasi dieci anni dopo, vale a dire Don’t Look Now di Nicolas Roeg – si pensi per esempio agli inseguimenti prima solo con lo sguardo ed infine fisici da parte del protagonista ai danni di un personaggio femminile indossante sempre un particolare cappotto, e che poi una volta voltatosi rivelerà la sua grottesca identità). E’ proprio l’identità dell’assassino la cosa più sinistra di La donna del lago, proprio perché a sorpresa a ben pensarci è il killer stesso che dà il nome alla vicenda: la “donna del lago” è dunque Irma, e non Tilde come lo spettatore è stato portato a pensare per tutta la durata del film. Sola, alienata, folle e forse persino incestuosa nei confronti del padre e del fratello, Irma appare un personaggio straordinario nella sua tragicità, a metà tra Norman Bates (Psycho) e Nina Tobias (Quattro mosche di velluto grigio).

Valutazione: 9.0

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