“La Ragazza che sapeva troppo” (1963)


La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava, prodotto nell’estate del 1962 ma uscito nei cinema solo nel 1963 per acquisire il visto di censura, è generalmente considerato il primo film thriller italiano. Ispirandosi fin dal titolo a Hitchcock (il quale aveva girato L’uomo che sapeva troppo, oltre ovviamente al thriller psicologico per eccellenza (Psycho), e ad un’altra manciata di film che avevano dettato gli stilemi del genere (Les Diaboliques di Clouzot, Peeping Tom di Powell), Bava produsse uno dei film che viene tuttora considerato, sia per il valore storico che per la qualità della narrazione, uno dei migliori film giallo/thriller italiani.

E’ da segnalare tuttavia che, sebbene La ragazza che sapeva troppo sia etichettabile come film di genere giallo, questa locuzione è da riferirsi soltanto alla corrente americana, dalla quale la pellicola trae la sua ispirazione; per imbatterci nel sottogenere più casereccio del “giallos all’italiana” dobbiamo aspettare ancora un anno, il 1964, quando Bava realizzò Sei Donne per l’Assassino, considerato il primo film della corrente cinematografica gialla con regole ed espedienti propri del nostro Paese. La ragazza che sapeva troppo è conosciuta all’estero principalmente con i titoli di The girl who knew too much e di Evil Eye.


Nora Davis (Leticia Roman) è una ragazza americana giunta a Roma in villeggiatura. Sin dal tragitto in aereo, la sua vacanza prende una brutta piega, dal momento che un uomo che aveva conosciuto durante il viaggio viene arrestato all’aeroporto con l’accusa di spaccio di droga. Successivamente Nora giunge nella casa dell’anziana donna che la ospita; durante la notte malauguratamente essa ha un infarto cardiaco e muore prima che Nora possa fare qualcosa. Nora, nella notte, si reca in Trinità dei Monti per chiamare il dottore (come egli le aveva consigliato di fare in casi estremi) ed ivi viene borseggiata. Svenuta per un colpo ricevuto, si desta giusto in tempo per assistere ad un omicidio che vede come vittima una giovane donna. Dietro di lei, impegnato a rimuoverle il pugnale dalla schiena, un uomo barbuto.

Nora, di nuovo svenuta ed in evidente stato di shock, viene portata all’ospedale, dove si sveglia al cospetto della polizia che, invece che crederle, la giudicano una monomane ubriaca, dal momento che nella notte non è stato denunciato alcun delitto e non è stato ritrovato alcun cadavere. L’unico che sembra crederle (o che almeno faccia finta di crederle) è il giovane dottore Marcello Bassi (John Saxon), che curava l’anziana donna che ospitava Nora, perché immediatamente infatuato dalla giovane americana. Durante il funerale della donna che la ospitava, Nora fa la conoscenza di Laura Craven-Torrani (Valentina Cortese), la quale poiché é in procinto di partire per la Svizzera per raggiungere il marito (Gianni Di Benedetto), lascia la propria casa in affitto gratuito a Nora.

E’ proprio in quella casa che Nora scopre alcuni agghiaccianti indizi a proposito dell’omicidio al quale crede di aver assistito: innanzitutto scopre da una fotografia che il marito della donna è la stessa persona che ha visto la notte precedente dietro al cadavere con il coltello in mano, inoltre parlando con una domestica (e poi trovando dei ritagli di giornale in un armadio) scopre che dieci anni prima in quella casa è avvenuto un delitto in tutto e per tutto simile a quello che Nora crede di aver visto la notte prima, seguito poi da altri due omicidi. Nora leggendo i ritagli di giornale viene a conoscenza che l’assassino che anni prima terrorizzò Roma veniva chiamato “il killer dell’alfabeto”, poiché uccideva le vittime in base all’iniziale del loro cognome (il cognome della prima iniziava per A, della seconda con B e della terza con C). Nora si trova in uno stato d’ansia, e per di più, per uno scherzo del destino, il suo cognome inizia proprio con la lettera D.

Nora inizia ad indagare per conto suo e rintraccia un tale di nome Andrea Landini, il quale da giornalista aveva scritto diversi articoli sull’assassino. Anni prima, con le sue indagini, Landini aveva contribuito a fare arrestare e a fare condannare un senzatetto, chiamato Straccianeve; ma successivamente, convinto della sua innocenza, era stato ossessionato dal desiderio di liberarlo (inutilmente), cosa che lo portò al licenziamento. Un giorno che Nora va a fare visita a Landini lo trova morto suicida sul pavimento, a pochi metri di distanza dalla sua macchina da scrivere nella quale è inserito un foglio con una confessione: era lui il killer dell’alfabeto.

Nora sta per tornare in America, quando leggendo il giornale della mattina vede la foto della donna che effettivamente ha visto uccidere qualche notte prima, il cui corpo è appena stato ritrovato. Si reca così a casa del professor Torrani, e lo trova a terra esanime, accoltellato a morte dalla moglie Laura, che si rivela essere il vero assassino. Essa infatti, in preda a vaneggiamenti deliranti, confessa a Nora in tutta tranquillità che i primi omicidi furono casuali e che il vero obiettivo era la sorella, della quale voleva la parte di eredità. Per Nora sembra finita, quando due colpi di pistola sparati dal marito morente raggiungono Laura, uccidendola.

Sebbene come detto La ragazza che sapeva troppo non si può considerare il primo giallos all’italiana in senso stretto, è innegabile che la pellicola contiene molti spunti ed espedienti che poi faranno la fortuna dei film gialli di Argento e di altri registi negli anni Settanta. Si pensi al movente dell’assassino, che unisce una monomania psicopatica (secondo l’esempio di Psycho e di Peeping Tom) ad una banalissima causa ereditaria (molto presente come causa del crimine nel filone italiano successivo); inoltre l’assassino è una donna, come spesso accadrà nei film di Argento. Si pensi anche alle atmosfere sfumate ed oniriche (la scena in cui Nora assiste all’omicidio) e alle elucubrazioni della protagonista sul crimine che in un primo momento sembrano solo vaneggiamenti. Si pensi anche alla location, una Roma dal duplice volto: di giorno città da sogno, di notte oscura e rarefatta, al punto che sembra nascondere un mistero dietro ogni angolo.

Per quanto riguarda l’aspetto visivo del film, la fotografia sfrutta un corposo bianco/nero (più nero che bianco) che nelle scene clou affonda lo spettatore come in un pozzo di tensione, in un’atmosfera oscura e minacciosa, resa bene anche grazie al sonoro, che unisce musiche d’atmosfera e rumori molto acuti in prossimità dei momenti in cui la suspence raggiunge il suo apice. Mario Bava, che si occupa anche della fotografia, fa spesso uso del primissimo piano (soprattutto sulla protagonista Leticia Roman), del grandangolo (per mostrare la bellissima Città Eterna) e della silhouette (secondo l’esempio del maestro Hitchcock).

Video:

Valutazione: 8.0

1 Commento

Archiviato in mystery, psychological thriller, thriller

Una risposta a ““La Ragazza che sapeva troppo” (1963)

  1. Marmartin

    E’ un film bellissimo, sembra un hard boiled americano anni 40/50 rivisitato, niente a che vedere con i prevedibili e datati film di Dario Argento.

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