“Lisa e il Diavolo” (1973)


Lisa e il Diavolo (conosciuto anche con il titolo Il Diavolo e i Morti) è uno dei film più onirici e di difficile visione di Mario Bava, che qui lavora a quattro mani con Alfredo Leone. Nel 1975, dopo il successo planetario de L’Esorcista di Friedklin, ne uscì una versione corretta ed ampliata (La Casa dell’Esorcismo) con scene spudoratamente citazionistiche del capolavoro di cui sopra; inutile dire che questo tentativo fu piuttosto infelice, e di conseguenza si consiglia il reperimento e la visione della pellicola originale.

Lisa Reiner (Elke Sommer) è una turista americana che passeggia in una città spagnola medievale. Dopo aver ammirato su una parete di una chiesa un affresco che mostra la figura del Diavolo trasportatore di morti, si imbatte per ironia della sorte proprio in un uomo pelato in tutto simile alla raffigurazione dell’affresco appena visto, che porta con sé un cadavere in procinto di essere posto nella bara mortuaria. Terrorizzata, Lisa scappa e si imbatte in un uomo con le stesse sembianze del cadavere appena visto: nel tentativo di liberarsene, Lisa lo spinge giù per una gradinata causandone la morte accidentale.

Dopo aver vagabondato un po’ per le vie della città ed essersi persa, Lisa sale su un auto in cui fa la conoscenza di una coppia sposata e del loro autista. Ma in seguito ad un guasto al motore, essi si devono fermare improvvisamente e vengono ospitati in una villa lussuosissima, nella quale vivono una gelida contessa cieca (Alida Valli) ed il figlio Max (Alessio Orano). Inoltre vive nella villa alla corte della contessa Leandro, un mefistofelico maggiordomo dalle sembianze identiche all’uomo pelato che precedentemente Lisa aveva incontrato per strada (Telly Savanas).

Tutto quello che succede nella casa appare delirante ed inspiegabile. I personaggi della casa muoiono a più riprese e regolarmente ritornano in vita. Lisa scopre anche dei grotteschi manichini che Leandro manipola a suo piacimento per prendersi gioco dei suoi ospiti. Inoltre si scopre che Lisa è identica alla moglie defunta di Max, della quale quest’ultimo tiene il cadavere in bella vista sul letto matrimoniale.

Il finale vede Lisa, dopo aver scoperto che tutti gli abitanti della casa (tranne Leandro) sono morti, che scappa dalla villa dopo essersi svegliata nuda in un letto posto in un fantomatico giardino paradisiaco. Prende quindi l’aereo per ritornare in America, ma una volta in volo si accorge di essere l’unica passeggera. Raggiunta la cabina di controllo dell’aereo, vede i manichini/cadaveri di tutte le persone che aveva visto morire nella villa nonché ovviamente, alla guida dell’aereo, il maggiordomo Leandro che, dopo averle sorriso, ne fa sfiorire la giovinezza e la bellezza consegnandola nelle fredde mani della morte.

Trovare un senso concreto e coerente alla trama del film appare impresa ardua e irrilevanti ai fini del giudizio di Lisa e il Diavolo: proprio in virtù di questa sua difficoltà interpretativa la pellicola ha fin dalla sua uscita diviso i critici in due gruppi abbastanza compatti, il primo formato da coloro secondo i quali Lisa e il Diavolo è uno dei capolavori di Bava, il secondo invece costituito da quelli che lo reputano una delusione, un mezzo passo falso nella filmografia del Maestro.

A voler essere sinceri, Lisa e il Diavolo presenta alcuni pezzi troppo lunghi per essere digeriti facilmente, specialmente nella parte centrale, durante la permanenza di Lisa e degli altri personaggi nella villa-teatrino. Inoltre, anche se bisogna riconoscere che l’interpretazione della bellissima Elke Sommer (di miafarrowiana memoria) e del diabolico maggiordomo Leandro da parte di un Telly Savanas in grande spolvero, alcuni attori appaiono troppo stereotipati per risultare convincenti, a partire da un Alessio Orano più da fotoromanzo che da film del genere.

Anche per questi difettucci, il film appare – oltre che come detto di difficile comprensione – anche piuttosto lento nella narrazione (?) dei fatti (?), rischiando così di risultare indigesto allo spettatore medio. Tuttavia bisogna riconoscere degli indubbi meriti a Lisa e il Diavolo, a cominciare dallo splendido (come al solito) lavoro di Bava alla fotografia (nel film si contano più di 100 zoom!), soprattutto nei grandangoli di interni ed esterni (il vagabondaggio per la città deserta ricorda gli inseguimenti di Don’t Look Now, uscito l’anno precendente, mentre la passeggiata notturna nel parco della bella protagonista anticipa curiosamente quasi pari pari una scena di Antichrist di Lars Von Trier, uscito solo un quarto di secolo più tardi).

Inoltre, come al solito non mancano delle geniali soluzioni stilistiche da parte dei due registi: si pensi al carillon con i burattini e all’utilizzo grottesco dei manichini (che dona al film anche una lettura pessimistica sulla natura umana) – manichini che ricordano da molto vicino quelli di Sei Donne per l’Assassino e diIl Rosso Segno della Follia dello stesso Bava e che curiosamente saranno ripresi anche in un altro film dello stesso anno, Spasmo di Umberto Lenzi.

Qua e là nel film vi sono citazioni più o meno fedeli di altre pellicole, colonne portanti del genere horror, a partire dal mantra satanico che Lisa sente all’inizio passeggiando per la città (Rosemary’s Baby di Roman Polanski, evidentemente citato anche nella figura stessa della protagonista); si pensi poi al cadavere della moglie defunta, che ricorda da vicinissimo lo scheletro della madre del folle Norman Bates di Psycho (Alfred Hitchcock, 1960) e che verrà ripreso un lustro più tardi anche inBuio Omega di Joe D’Amato.

Sebbene quindi lo spettatore venga sballottato da una situazione all’altra senza avere nemmeno il tempo (e i riscontri oggettivi) per capire se le morti avvengono per davvero o se sono semplicemente “inscenate” dal mefistofelico Leandro grazie all’ausilio dei manichini, Lisa e il Diavolo risulta in fin dei conti essere un buon film all’interno della filografia di Bava, anche se probabilmente inferiore ad alcune sue pellicole considerate veri e proprio must del genere horror-thriller. Ad ogni modo il Maestro si diverte anche a sublimare in Lisa e il Diavolo molti dei topoi della sua opera, come il binomio tra eros e thanatos (La Maschera del Demonio), l’utilizzo grottesco dei manichini (Sei Donne per l’Assassino, Il Rosso Segno della Follia), le location nebbiose e deserte (Operazione Paura) e la condizione mentale paranoica della protagonista (La Ragazza che sapeva troppo).

A conferire a Lisa e il Diavolo un ulteriore valore aggiunto oltre ai deliri psichedelici della fumosa ed onirica narrazione (che lo rendono in qualche modo paragonabile ad Inferno di Dario Argento, uscito solo sei anni più tardi) e alla già nominata fotografia, contribuisce anche la colonna sonora di Carlo Savina, dotata di una poeticità perversa a metà tra quella di Rosemary’s Baby e quella di Suspiria. Per quanto riguarda le scene splatter e di nudo, esse non sono molte e nemmeno particolarmente esplicite; un vero peccato, con una protagonista femminile di questo calibro.

Curiosità:

  • Il maggiordomo Leandro ha spesso in bocca un chupa-chupa, che verrà poi ripreso come segno distintivo del commissario Kojak nell’omonima serie televisiva dello stesso anno.
  • Il ruolo di Max venne offerto ad Anthony Perkins, che purtroppo lo rifiutò.
  • La scena in cui Leandro spezza i piedi al manichino per farlo stare nella bara è una citazione di un racconto di H.P. Lovecraft (“In the Vault“).
  • Il film venne girato in sette settimane.

Video:

Trailer (postumo, visto che non vi era alcun trailer originale al momento dell’uscita nelle sale) del film.

Valutazione: 6.8

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