“Shock Corridor” (1963)


Shock Corridor (conosciuto in Italia con il titolo Il Corridoio della Paura, nel quale viene perso il gioco di parole tra shock ed elettroshock) è un film drammatico di Samuel Fuller che indaga sugli effetti negativi della psichiatria sul cervello umano; fa il paio con The Naked Kiss, uscito nelle sale l’anno seguente, nel 1964. Si può considerare uno dei migliori film a trattare di questo delicatissimo argomento, oltre naturalmente al celeberrimo Someone flew over the Cuckoo’s Nest (Milos Forman, 1975, con Jack Nicholson e Danny DeVito), mentre, per quanto riguarda il panorama italiano, possiamo ricordare alcune toccanti pellicole di Silvano Agosti (Matti da slegare, 1975; La Seconda Ombra, 2000).

Johnny Barrett (Peter Breck) è un ambizioso giornalista intenzionato a tutti i costi a vincere il premio Pulitzer; per far ciò si prefigge di risolvere un misterioso caso di omicidio avvenuto all’interno di un ospedale psichiatrico; qui, tra i ricoverati, ci sono tre testimoni del delitto, ma la polizia non riesce a cavare nulla da loro interrogatori. Per questo Barrett, con l’aiuto di due psichiatri, inizia ad entrare nella parte del malato di mente e, grazie ad una denuncia fittizia della moglie Cathy (Constance Towers) – che in realtà si spaccia come sua sorella di fronte ai poliziotti – riesce nel suo intento di essere internato nel manicomio più vicino (quello, per l’appunto, in cui è avvenuto il delitto).

Barrett, di fronte al terzo grado dei poliziotti e dei medici, finge una mania sessuale ossessiva nei confronti della sorella Cathy e, indottrinato al meglio dai due psichiatri sui complici, supera brillantemente il test e viene considerato pazzo e, di conseguenza, rinchiuso nella struttura. Qui fa subito la conoscenza dei dottori e degli infermieri e del suo compagno di stanza, un ex tenore dell’opera obeso di nome Pagliacci. Inoltre Barrett inizia a percepire tutta la sofferenza e la disperata situazione dei pazienti ed inevitabilmente comincia a soffrirne psicologicamente.

Sin dal primo giorno, si mobilita subito per conquistare la fiducia di Stuart, il primo dei tre testimoni. Stuart è un giovane proveniente da una famiglia dell’America rurale convinto di essere un generale delle truppe sudiste della Guerra di Secessione. La sua follia deriva dall’educazione ricevuta da genitori ignoranti e da uno sballottamento incessante tra le ideologie politiche più disparate. Grazie a Stuart, Barrett riesce a comprendere che l’assassino indossava un camice bianco e di conseguenza è uno dei dottori o degli infermieri della struttura.

Il secondo testimone che Barrett interroga è Trent, un ragazzo di colore dalle tendenze razziste e discriminatorie verso la sua stessa razza. Egli è diventato pazzo in seguito alle violenze subito, sin da bambino, dai suoi coetanei bianchi e dai loro genitori e, in seguito, dalle azioni dimostrative del Ku Klux Klan. Parlando con lui, tra un delirio e l’altro di Trent, Barrett riesce a capire che il colpevole del delitto è uno dei due infermieri. Nel frattempo, la salute mentale di Barrett, a causa dei test psichiatrici e delle medicine che prende, peggiora gradualmente, tanto che quando Cathy viene a farle visita la riconosce a malapena e rifiuta di baciarla.

Finalmente, interrogando il terzo testimone, Barrett scopre l’identità dell’assassino. Il testimone decisivo è il Dr. Cristo, uno scienziato che, prima di impazzire, lavorava per il Pentagono. Barrett ha problemi di favella in seguito ad un elettroshock a cui è stato sottoposto ed inizialmente non riesce a porre la domanda al Dr. Cristo; tuttavia, dopo molti tentativi, riesce nel suo intento e questi gli dà la risposta che cercava. L’assassino è l’infermiere Wilkes; il movente dell’omicidio del paziente è il fatto che quest’ultimo l’aveva visto mentre abusava sessualmente di alcune pazienti ninfomani rinchiuse in un’ala diversa dello stesso manicomio e aveva minacciato di denunciarlo ai primari dell’ospedale.

Nel finale thrilling Barrett, sempre più debole a livello psichico, si dimentica persino il nome dell’assassino; fortunatamente, durante un flash, esso gli torna in mente e, dopo aver aggredito Wilkes, lo costringe con la forza a confessare il suo crimine. Barrett esce così dal manicomio e scrive l’articolo che gli varrà il premio Pulitzer, ma purtroppo nulla sarà più come prima: egli infatti, a causa degli elettroshock subiti all’interno della strutttura, è ormai diventato un alienato mentale in tutto simile ad una larva umana, per la disperazione soprattutto della moglie Cathy, tra le cui lacrime si chiude il film.

Salta subito all’occhio che in realtà il misterioso crimine e l’innominato assassino, apparentemente al centro della trama della pellicola, serve solo come elemento di contorno a Fuller per indagare le condizione di vita dei pazienti all’interno degli ospedali psichiatrici e per lanciare una forte critica al sistema americano. L’identità dell’assassino, a voler ben vedere, si può capire ben prima della fine del film: Wilkes è il primo tra infermieri e dottori ad entrare in scena, tra l’altro dicendo a Barrett di essere “appena stato trasferito in quel reparto”; a differenza del collega sembra bonario e disponibile nei confronti dei clienti (tipico ritratto presentato da molti registi per fuorviare lo spettatore a proposito della personalità dell’assassino). Quando poi, in seguito all’aggressione da parte delle ninfomani ai danni di Barrett, Wilkes fa addirittura una battuta su come la disavventura che gli è accaduta sarebbe “il sogno di molte persone”, il quadro sembra già completo, e siamo circa a metà del film.

Per l’appunto, Fuller concentra i suoi sforzi maggiori nel mostrare allo spettatore come la follia dei pazienti rinchiusi nel manicomio nel quale Barrett volontariamente si rinchiude derivi nella grande maggioranza dei casi da fattori sociali. Nel caso di Stuart, è fatale l’educazione inadeguata ricevuta dai genitori e l’estremismo delle congreghe politiche americane del periodo, oltre ad una perdita totale dei valori come appunto quella che si verificò nell’America di fine anni Cinquanta – inizio Sessanta con l’avvicinarsi della Guerra Fredda. Proprio l’improvvisa militarizzazione e gli studi sul nucleare sono la causa della pazzia del Dr. Cristo, il quale – come si capisce facilmente – è stato in questa maniera poco ortodossa “messo a tacere” dai servizi segreti.

La perdita di senno di Trent è invece – come detto in precedenza – causata dal bombardamento di odio e di discriminazione razzista che l’ha avvilito sin da bambino. In America, la campagna ideologica anti-integrazione è stata così violenta e sistematica da convincere persino alcune delle stesse vittime della sua veridicità. Veramente toccante la scena in cui Trent, ormai completamente pazzo, delira e recita i motti del Ku Klux Klan intervallati agli angosciosi ricordi della sua infanzia. A voler veder bene, anche Johnny Barrett è una vittima della società americana: la sua pazzia è infatti una conseguenza dell’insensata ricerca di fama e di successo, che lo portano a trascurare sua moglie e persino la sua salute mentale.

Inoltre Fuller, accusando di violenza carnale e di omicidio (due dei crimini per i quali sono dentro quasi tutti i pazienti di cui facciamo conoscenza durante il film) un infermiere, appunto pagato dallo Stato per prendersi cura dei “malati di mente”, sembra voler suscitare nella mente dello spettatore una legittima domanda: forse Wilkes (e forse anche altre “persone sane” oltre a lui) sono da considerare pazzi al pari (se non di più) dei pazzi di cui pretendono di prendersi cura?

Così facendo, Fuller mette a nudo la grande contraddizione del sistema psichiatrico americano e tutto il marcio che trattamenti disumani di questo genere vengono a creare, lontano dagli occhi del cittadino “medio”, per così dire “sano di mente”. Per queste ragioni, Fuller realizzando Shock Corridor anticipa di oltre un decennio molte delle controverse tematiche analizzate da Forman in Someone flew over the Cuckoo’s Nest, lasciando così – sebbene il suo film non abbia conosciuto lo straordinario successo del successore -un’indelebile impronta nella storia del cinema. La pellicola si chiude con una criptica citazione di Euripide.

Curiosità:

  • Sia Shock Corridor che il successivo film di Fuller, The Naked Kiss, furono censurati integralmente in Inghilterra, dove rimasero sconosciuto fino al 1990.
  • Il film fu girato in 10 giorni, su un’unico set, senza riprese esterne.

Video:

Trailer del film.

Valutazione: 7.6

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