“Sbatti il Mostro in Prima Pagina” (1972)


Il milanese Gian Maria Volontè è considerato uno dei più istrionici attori italiani degli anni Sessanta – Settanta. Dopo essere diventato famoso per la sua presenza in numerosi spaghetti western, Volontè si creò da zero una seconda personalità cinematografica recitando in alcuni dei più interessanti film di denuncia sociale a sfondo politico che siano mai stati girati in Italia, fra i quali La Classe Operaia va in Paradiso (Elio Petri, 1971), Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni Sospetto (Elio Petri, 1970) e appunto Sbatti il Mostro in Prima Pagina, film uscito nel 1972 scritto da Sergio Donati ma poi diretto da Marco Bellocchio.

Siamo nel 1972, all’inizio degli anni di piombo. La corruzione degli organi statali, la disoccupazione alle stelle, la mistificazione della stampa e la violenza della polizia nei confronti degli studenti manifestanti hanno raggiunto ormai un livello mai visto prima. Ragion per cui, l’8 marzo, un gruppo di ragazzi che manifesta contro lo Stato e la polizia per l’uccisione di un “compagno”, tende un agguato alla sede del “Giornale”, noto quotidiano di destra (il vero “Giornale” non esisteva ancora, venne fondato solo due anni più tardi). I danni sono risibili, ma il “Giornale” ne approfitta per screditare la sinistra agli occhi della pubblica opinione.

Nel frattempo, il finanziatore del “Giornale”, l’ingegner Montelli (John Steiner) viene accusato da praticamente tutti i quotidiani di segno opposto rispetto al suo di finanziare armi ai terroristi neo-fascisti; ovviamente il “Giornale” non rende mai nota la notizia ai suoi lettori. Questo avviene perché Montelli consiglia sistematicamente a Bizanti (Gian Maria Volontè), il capo redattore del “Giornale”, di manipolare l’informazione sempre a favore della fazione borghese-conservatrice, sostenendo pubblicamente Democrazia Cristiana in vista delle recenti elezioni ma in realtà favorendo l’ascesa dei neo-fascisti grazie al taglio delle notizie date.

Per questo, quando Maria Grazia (Silvia Kramar), una ragazza di 15 anni figlia del professor Martini, viene trovata morta (strangolata e violentata, dirà l’autopsia) nei pressi di Alzaia Naviglio Pavese, Bizanti sotto consiglio di Montelli affida il caso ad un giornalista principiante, Roveda (Fabio Garriba), affiancandogli il più esperto collega Lauri (Jacques Herlin). Bizanti comprende che un delitto di tale portata può avere il potere di spostare i voti delle masse in vista delle imminenti elezioni, ed inizia così a cercare indizi da solo, per creare dal nulla una pista per trovare un colpevole nella fazione della sinistra extraparlamentare.

Bizanti entra in contatto con Rita Zigai (Laura Betti), professoressa di Maria Grazia nonché amante part-time di un ragazzo della sinistra extraparlamentare, Mario Boni (Corrado Solari). Approfittando del labile stato psico-mentale e della gelosia ossessiva della donna, Bizanti unisce tra loro indizi apparentemente insignificanti (una relazione di Mario con Maria Grazia, che molti altri peraltro avevano; un appuntamento che i due avrebbero dovuto avere il giorno della morte della ragazza) creando in tal modo una vera e propria accusa per Boni, il quale viene catturato in una retata operata dalla polizia su avvertimento dello stesso Bizanti.

Intanto Bizanti manipola il lavoro di Roveda, consigliandogli come modificare notizie “scomode” alla fazione conservatrice (come il disperato suicidio di un disoccupato) ed inviandolo ad una riunione della sinistra extraparlamentare allo scopo di farlo aggredire per creare un nuovo scandalo. Nel frattempo, la polizia compie anche un agguato in una delle sedi della sinistra extraparlamentare, distruggendo ogni cosa e trovando avvolte in una bandiera due o tre pistole. Il giorno seguente il “Giornale” intitolerà in prima pagina “Scoperto arsenale nel covo dell’assassino”.

Roveda però non è convinto della pista che la polizia e la magistratura, sotto consiglio del “Giornale”, stanno seguendo, ed inizia a rendersi conto che Bizanti e gli altri suoi superiori stanno manipolando gli indizi per fornire alla pubblica opinione un colpevole di segno opposto alla fazione che supportano, per così dire un capro espiatorio. Così, indagando personalmente all’interno della scuola frequentata da Maria Grazia, interrogando altri studenti scopre che quest’ultima non era affatto vergine come hanno fatto credere i giornali (probabilmente corrotti dall’influente professor Martini, suo padre) ed inoltre viene a conoscenza di un particolare interessamento del bidello della scuola (Massimo Patrone) nei confronti della ragazza.

Così, mentre Mario Boni tra le torture e le vessazioni è costretto ad ammettere di aver visto Maria Grazia il giorno del delitto (ma in ogni caso smentisce sempre di averla uccisa, affermando di averla lasciata sola dopo un litigio), Roveda va a fare visita al bidello della scuola, scoprendo una sua ossessione morbosa nei confronti di Maria Grazia, al punto che questi tiene nell’armadio un collage grottesco di foto della Madonna, facce di Maria Grazia e donne nude.

Roveda pensa che proprio il bidello sia il vero assassino di Maria Grazia, e così lo fa presente a Bizanti, il quale provvede personalmente a fargli visita. Il bidello, intimidito e messo alle corde da Bizanti, confessa il suo delitto (egli aveva ucciso Maria Grazia perché “la dava a tutti” tranne che a lui) ma Bizanti gli fa promettere di non dire nulla a nessuno, in modo che tale confessione rimanga un segreto tra loro due.

Nell’ultima scena del film, Bizanti e Montelli in un colloquio privato, decidono di insabbiare la notizia del vero assassino di Maria Grazia almeno fino a quando saranno finite le elezioni, in modo da continuare ad attaccare in modo arbitrario la sinistra extraparlamentare con la finta accusa rivolta a Boni. Gli ultimi secondi del film vedono un rigagnolo di acqua pieno di spazzatura che avanza lento all’interno del Naviglio, fino a riempirlo interamente: è la metafora del marcio che sta avanzando all’interno della vita politica, della stampa, delle istituzioni italiane negli anni Settanta.

L’intento critico di Sbatti il Mostro in Prima Pagina è ovviamente fortissimo. Sin dal titolo si comprende quale sia l’accusa che Donati e Bellocchio fanno alla stampa schierata dalla parte della fazione conservatrice: ovvero, l’accusa di mistificazione della realtà e di manipolazione delle notizie al servizio della fazione che supportano, allo scopo di spostare i voti delle masse da una parte all’altra dell’elettorato. Il “mostro” da sbattere in prima pagina non è nessuno in particolare, ma semplicemente il capro espiatorio che in un dato momento appare utile per raggiungere tale scopo di mistificazione: nel film, il “mostro” da sbattere in prima pagina diventa guarda caso Mario Boni, esponente di spicco della sinistra extraparlamentare, accusato dal nulla di omicidio.

Gian Maria Volontè appare perfetto nel suo ruolo di capo redattore di un giornale mistificatore della realtà, anticipando curiosamente di almeno due decenni un noto giornalista altrettanto “schierato”, a capo di un canale televisivo tra i più noti in Italia; purtroppo in questo secondo caso non è finzione cinematografica, e così incredibilmente Sbatti il Mostro in Prima Pagina oltre ad essere una lucida e spietata denuncia del clima politico degli anni di piombo in Italia, si erge anche a triste anticipazione di quello che verrà da lì a due-tre decenni (è curiosissimo il fatto che Sbatti il Mostro in Prima Pagina sia stato trasmesso proprio da Rete 4, con tutta probabilità negli anni Settanta o Ottanta, visto il “ruolo” del canale in questione nei decenni seguenti…).

Così come già in Indagine su un Cittadino al di sopra di ogni Sospetto, Gian Maria Volontè interpreta con ardore ed istrionicità il ruolo del corrotto, del borghese senza scrupoli, pronto a rinnegare qualsiasi valore morale in nome del fine che insegue. Così, in Sbatti il mostro in Prima Pagina, non solo appare come un giornalista schierato e mistificatore della realtà, ma anche come abile “lavoratore” di persone per raggiungere i suoi scopi (l’approccio che ha con Rita Zigai) e come marito insensibile nei confronti della moglie (che insulta perché crede nelle notizie che il suo “Giornale” fa passare alla pubblica opinione). Indimenticabile la scena in cui istruisce Roveda su come scrivere un pezzo di giornale senza risultare troppo indigesto alla fazione conservatrice che dirige il quotidiano (vedi video sotto).

Anche l’ingegner Montelli, imprenditore accusato di molti reati nonché finanziatore del “Giornale”, anticipa curiosamente la realtà odierna dei fatti. Egli appare freddo, insensibile, calcolatore; con Bizanti forma un duo davvero ben riuscito. Durante tutta la durata della pellicola, i due usano le persone che hanno a disposizione come vere e proprie pedine: trasformano la povera Maria Grazia da vittima di una disgrazia senza alcun significato politico a martire-simbolo della violenza delle frange della sinistra estrema; trasformano Boni da normale studente schierato a sinistra a drogato, alienato dalla società e assassino pervertito; prendono la Zigai e la usano per i loro lerci scopi, lasciandole alla fine in mano un pugno di mosche; prendono Roveda e lo usano come burattino e specchietto per le allodole per far volgere la situazione a proprio favore.

La stampa viene dunque presentata da Donati e Bellocchio come un mezzo potentissimo per manovrare la mente delle masse. In una scena Bizanti spiega come le menti delle masse siano ancora più elementari di quanto non si creda, e che per il loro dominio la cosa migliore da fare sia una ripetizione sistematica di pochi concetti ben immagazzinabili. Per questo, il “Giornale” punta tutta la sua politica elettorale in vista delle imminenti elezioni su pochi concetti, tanto elementari e precisi quanto campati per aria: la verginità di Maria Grazia (che poi viene peraltro smentita) diventa la verginità dei valori democratici della fazione conservatrice, mentre la brutalità e la perversione di Mario Boni e della sinistra diventa l’estremismo cieco e violento di tutta la fazione all’opposizione.

Conseguentemente, le masse di cittadini fruiscono di (pseudo)notizie totalmente manipolate da pochi cervelli che tramano nell’ombra. E’ curioso come non solo le masse, ma persino gli stessi giornalisti minori del “Giornale” (come Roveda) o addirittura pezzi grossi (il direttore stesso della testata, il quale viene definito da Montelli come un “direttore senza potere”) siano totalmente ignari della politica mistificatoria del quotidiano. In questo tragico quadro di eventi e pseudo-eventi, con la drammatica cornice della lotta popolare, fatta di disoccupazione e suicidi, e della corruzione statale (il finanziamento da parte dello stesso Montelli di armi alle frange dei terroristi di destra), il cadavere di Maria Grazia, brutalizzata, violentata e poi strumentalizzata, diventa metaforicamente il cadavere della Nazione Italiana stessa.

Non è un caso se nell’ultima la corrente piena di rifiuti ed immondizia che scorre all’interno del Naviglio porta via con sé anche la croce issata nel terreno a ricordo della morte della ragazza, per la quale, ora che ha svolta la funzione che aveva di “strumento” per attuare uno scopo ben preciso, non rimane nemmeno più la pietà per la tragica morte, quasi come se ella, dopo essere morte una prima volta per mano di un pazzo, venga uccisa una seconda volta dalla strumentalizzazione dell’opinione pubblica.

Video:

Scena memorabile del film, in cui Gian Maria Volontè dà una vera e propria lezione di manipolazione dell’informazione giornalistica al dipendente Rovedo.

Valutazione: 8.7

2 commenti

Archiviato in drama, mystery, political thriller, sociopolitical

2 risposte a ““Sbatti il Mostro in Prima Pagina” (1972)

  1. Tendenzialmente non sopporto Bellocchio ma in questo caso tocca corde a me molto vicine. Gli attori sono tutti perfetti, Volontè – come al solito – dà il meglio di sé,
    Rileggendo mi rendo conto di avere rimosso alcune sequenze, sono anni che non lo vedo. Mi sa che ripasso la visione.

    Ora mi levo di torno, non voglio subissarti di commenti.
    Buona serata

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