“Il Rosso Segno della Follia” (1970)


Pur essendo considerato un film minore nell’opera di Mario Bava (rispetto ai suoi capolavori conclamati quali La Maschera del Demonio, La Ragazza che sapeva troppo, Sei Donne per l’Assassino, Operazione Paura, Reazione a Catena, Cani Arrabbiati, che sono fondamentalmente film che fondano o modificano in maniera significativa un genere cinematrografico, in Italia o nel mondo intero), Il Rosso Segno della Follia (conosciuto anche con il titolo Un’Accetta per la Luna di Miele, da cui il titolo statunitense Hatchet for the Honeymoon) è un film elegante, visionario e gradevole nella visione, ben al di sopra al livello medio di molti registi della sua epoca.


Trama:

 

Il protagonista della vicenda è John Harrington (Stephen Forsyth), il proprietario di un atelier di abiti nuziali, (semi)mantenuto da una moglie (Dagmar Lassender) che non gli vuole concedere il divorzio. Lui, dandy elegante e di bell’aspetto, fa il cascamorto un po’ con tutte le indossatrici del suo atelier, ma è impotente a causa di un trauma subito durante l’infanzia: durante la luna di miele dei suoi genitori, infatti, si alzò di notte e li trovò morti, massacrati da un assassino misterioso.

Soprattutto la morte della madre restò indelebile nella sua mente; ragion per cui, John stesso all’inizio della narrazione (dopo una prima sequenza in cui si vede l’omicidio di una giovane sposa) annuncia allo spettatore in tutta calma di essere un pazzo, un maniaco assassino, che uccide le giovani spose durante la loro prima notte di nozze per ricordare meglio cosa succedette quella notte di tanti anni fa. La prima vittima mostrata nel film viene da lui barbaramente uccisa con un’accetta (che sarà l’arma anche dei delitti successivi) a bordo di un treno.

Bava intervalla le scene degli omicidi a quelle che mostrano la vita privata di John. Egli passa le sue giornate a discutere con la moglie, a fare la corte alle indossatrici che lavorano per il suo atelier, a curare le piante della sua serra e soprattutto a toccare e baciare una serie di manichini con fattezze femminili, indossanti abiti da sposa, che egli tiene in una stanza segreta (particolare citato palesemente in seguito da Umberto Lenzi in Spasmo, 1974). Proprio in questa sala dei manichini John porta la sua seconda vittima, un’indossatrice del suo atelier che gli aveva appena chiesto le dimissioni per il suo imminente matrimonio. Dopo averla uccisa, John ne brucia il corpo nell’inceneritore che si trova nella serra.

La vittima seguente sarà la moglie Helen, la quale finge di partire per un viaggio per poi tornare la sera stessa. John, indispettito dal suo comportamento, decide che è giunto il suo turno e, indossato un abito da sposa e armatosi di accetta, uccide la moglie sulle scale della lussuosa villa in cui abitano. L’ispettore Russell, che già aveva inquadrato John come possibile responsabili dei delitti, si trova nei pressi della villa per controllare meglio il suo bersaglio e, non appena sente le grida di Helen, si precipita nella nella villa. Ma John, nascondendo alla meno peggio il cadavere in cima alle scale, fa credere a Russell che le grida provenivano dal televisore e lo persuade così ad andarsene.

Tuttavia, una volta uccisa la moglie Helen non scompare definitivamente, in quanto rimane come fantasma nei dintorni della villa, al punto che tutti la vedono e ne percepiscono la presenza tranne John, il quale dubita sempre più della sua sanità mentale. Helen si aggira infatti nell’atelier e durante le sfilate delle nuove collezioni di abiti da sposa vestita a lutto, indossante una lunga veste nera. John riesce a scorgerla solo riflessa in uno specchio dell’atelier. John, esasperato dalla presenza di Helen, decide di bruciarla nell’inceneritore e di porre le sue ceneri in una borsa di pelle. Tuttavia, ovunque andrà con quella borsa, chiunque vedrà la sua moglie defunta e persino quando se ne libererà gettandola da un ponte in un fiume la ritroverà nuovamente presso casa sua, una volta ritornato nella sua villa.

Ormai al limite del delirio, John attira nella sua villa una modella molto procace che lavora per lui, ma proprio sul colpo di colpirla con l’accetta, un doloroso flashback gli svela la verità riguardo a quella maledetta sera di molti anni prima: era stato lui stesso, al tempo bambino, a massacrare i genitori proprio con un’accetta. Così, colto nel momento dell’assalto alla giovane modella e subito dopo in quello della confessione di quello e di tutti gli altri crimini, John viene caricato dall’ispettore Russell su una camionetta della polizia, con la sua valigetta. Questa improvvisamente prende le sembianze della defunta moglie Helen, ora visibile solo da John, la quale gli promette che staranno insieme per sempre.


Commento:

 

Notevole in Il Rosso Segno della Follia è soprattutto Stephen Forsyth nei panni del protagonista, un personaggio decadente a metà tra il Dorian Gray di Un Dio chiamato Dorian (Massimo Dallamano, 1970) e il Patrick Batemen di American Psycho ante-litteram, tra il Toby Dammit di Federico Fellini e il William Wilson di Luois Malle (entrambi personaggi di due dei tre cortometraggi contenuti in Histoires Extraordinaires (AKA: Tre Passi nel Delirio, 1968). Mario Bava, ribaltando la logica dei thriller dell’epoca, ci rende subito noto che John è il mostro, il pazzo, l’assassino, per poi potersi dedicare meglio alla sua indagine psicologica. Il trauma infantile e la sequenza nella quale egli indossa l’abito da sposa ce lo avvicina persino al Norman Bates di Psycho (Alfred Hitchcock, 1960).

Mario Bava, così come precedentemente in Sei Donne per l’Assassino (1964) e successivamente in Lisa e il Diavolo (1972), mette in scena e conferisce un ruolo importante all’interno della vicenda ad uno stuolo di manichini: qui essi diventano l’oggetto del desiderio del protagonista stesso, il quale in seguito al trauma infantile ha sofferto di impotenza per tutta la vita, così che deve sfogare i suoi istinti sessuali proprio con degli inanimati manichini vestiti da sposa.

La pellicola, come al solito nei film di Bava, presenta una fotografia magistrale e delle inquadrature sperimentali, a volte quasi distorte. I dialoghi tra i personaggi sono spesso ricercati, raffinati al punto da risultare spesso artificiosi (com’è possibile che l’ispettore Russell, invece che mettere in stato di fermo l’unico indagato, si diverta a fargli notare la sua eccessiva sudorazione?). Tuttavia, persino questa assenza di veridicità, mischiata a qualche situazione fantasy (l’apparizione del fantasma della defunta Helen) e ad un pizzico di black comedy funziona bene in una pellicola come questa, che per certi versi si avvicina alla successiva Lisa e il diavolo. Ironica, quasi da Tales from the Crypt, la sequenza finale.

Curiosità:

  • Il film che John guarda in televisione è I tre volti della paura, dello stesso Mario Bava, nell’episodio I Wurdalak con Boris Karloff.

Video:
Trailer americano del film.

 


Valutazione: 6.7

 

2 commenti

Archiviato in black comedy, drama, fantasy, gothic, horror, mystery, thriller

2 risposte a ““Il Rosso Segno della Follia” (1970)

  1. Margherita

    Un film che mi è piaciuto molto e che è stato capace persino di commuovermi in certi punti! Non tra i migliori di Bava ma comunque coinvolgente e intenso!🙂

  2. Pietro Salomone

    La moglie è interpretata da Laura Betti, non da Dagmar Lassander

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