“Io ho Paura” (1977)


“Vede brigadiere, se ci sparano addosso… vuol dire che, in un certo senso, siamo già morti”

Il regista Damiano Damiani, nato a Pordenone nel 1922, fu sicuramente il regista più prolifico nonché uno dei massimi interpreti italiani del filone di denuncia socio-politica. Si tratta di una serie di film tra il drammatico e il thriller, usciti negli anni Sessanta e Settanta, che dipingevano la situazione socio-politica italiana durante i cosiddetti “anni di piombo”, mettendo spesso in risalto episodi di corruzione e di terrorismo. Tra i titoli più riusciti di Damiani all’interno di questo filone ricordiamo Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica (1971), L’Istruttoria è Chiusa: Dimentichi (1972), Perché si uccide un Magistrato (1974), e appunto Io ho Paura (1977), impreziosito dall’interpretazione sempre eccelsa di Gian Maria Volonté.


Trama:

Gian Maria Volonté interpreta Ludovico Graziano, un brigadiere a cui viene affidata la scorta di un magistrato di vecchio stampo, il giudice Cancedda (Erland Josephson), in seguito all’omicidio da parte di frangia terrorista di un altro giudice. Inizialmente Cancedda non vede di buon occhio questa misura di emergenza, in quanto pensa che la giustizia non dovrebbe nemmeno temere gli attentati terroristici in quanto facendo ciò dimostrerebbe la sua debolezza; tuttavia, dopo che Graziano lo aiuta nella risoluzione di un caso di omicidio di sua competenza, inizia a considerarlo in maniera positiva, tant’è vero che tra i due nasce una sincera amicizia.

Un giorno una donna chiede un colloquio privato con Cancedda e gli riferisce che suo marito (indagato per il caso di cui sopra per il quale ha appena confessato la sua colpevolezza) è sì implicato con l’omicidio in questione, ma non ne è nè il mandante nè l’esecutore materiale. I colpevoli reali farebbero parte di una cricca di trafficanti d’armi, con i quali il marito è socio d’affari. La donna consiglia inoltre a Cancedda di tenere d’occhio la gente che bazzica dentro e fuori il portone di Piazza Capraia 21. Giunti sul luogo, Cancedda e Graziano riconoscono Caligari, un terrorista di estrema destra evaso dal carcere l’anno precedente nonché principale indiziato di una strage avvenuta la settimana precedente. Grande stupore assale i due quando Caligari, sotto i loro occhi, si incontra con il Colonnello Ruiz, punta di diamante dei servizi segreti.

Collegando i fatti, i due capiscono che la strage della settimana precedente e l’omicidio per il quale Cancedda sta indagando sono entrambi opera dei terroristi di destra, i quali intrattengono stretti rapporti con i servizi segreti. Inizialmente Cancedda non se la sente di immischiarsi in affari così delicati ma poi, avvertendo il disprezzo di Graziano, chiede un appuntamento con un generale di sua conoscenza, che ricopre il più alto incarico all’interno dei servizi segreti, al quale riferisce i suoi sospetti. Intanto il reo confesso dell’omicidio viene trovato morto in carcere, ma Graziano capisce subito che si tratta in realtà di un suicidio inscenato dall’alto. Graziano intuisce inoltre che anche l’incolumità di Cancedda è in pericolo, ma nulla può fare quando quest’ultimo viene sorpreso e ucciso nella sua abitazione; Graziano si salva solo per miracolo, poiché al momento dell’assalto indossava un giubbotto antiproiettile.

Graziano viene così assegnato come scorta al magistrato che ha il delicato compito di sostituire Cancedda nelle sue indagini scottanti, vale a dire il giudice Moser (Mario Adorf). Tuttavia, Graziano capisce ben presto che Moser non ha la statura morale di Cancedda, ed anzi, avendo dei contatti con i servizi segreti, fa il doppio gioco; grazie a delle cimici piazzate nella casa di Moser, Graziano viene a conoscenza del fatto che i servizi segreti si sono messi d’accordo con lui per farlo fuori, in quanto testimone scomodo.

Ma Graziano uccide il colonnello Ruiz attendendolo nell’abitacolo della sua auto dopo un incontro con Moser e riesce grazie ad un’abile trovata a far trovare al killer assoldato per ucciderlo (giunto appositamente da Amburgo) la foto di Moser anziché la sua nel posto pattuito. Così, mentre Graziano e Moser sono al cinema per visionare un cinema pornografico che lo stesso Moser ha l’incarico di giudicare ai fini della censura, il killer armato di pistola uccide Moser al posto del reale bersaglio. Alla fine Graziano troverà un insperato appoggio nell’ispettore La Rosa, suo principale quando era brigadiere nella caserma della polizia, ma proprio mentre sta per incontrarlo viene ucciso in una sparatoria.


Commento:

Impegnativo (sia nella realizzazione sia nella visione, a causa della trama intricata e dei continui colpi di scena) film sugli anni di piombo in Italia, Io ho Paura è il grido d’aiuto di un onesto cittadino (il brigadiere Ludovico Graziano) di fronte alla progressiva scoperta di una situazione intollerabile di corruzione ed omertà. Molti anni prima delle stragi di Capaci, Damiani mette in scena gli intrallazzi esistenti tra terrorismo e Stato e la delicatissima – nonché pericolosissima – funzione sociale che lo Stato stesso, mistificatore ed assassino, ripone nelle loro mani. A farne le spese qui è il giudice che viene ucciso nella prima scena e soprattutto il giudice Cancedda, rappresentante in qualche modo l’archetipo del giudice onesto seppur consapevole dei suoi limiti e dei suoi timori.

Damiani scaglia in modo netto e senza esitazioni la sua condanna morale ad un sistema ormai corrotto e allo sfascio, schierandosi persino dalla parte della sinistra, non solo nell’indicare come colpevoli delle stragi i gruppi terroristici di estrema destra, ma anche ironizzando tramite le parole di un realista Volonté sul convincimento insensato del giudice Cascedda, che ritiene che le stragi rivendicate dai neo-fascisti siano in realtà ad opera dei comunisti (che lascerebbero poi volantini della fazione opposta per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica).

Oltre al terrorismo, alla corruzione e all’omertà, Damiani inserisce nella pellicola anche l’attualissima piaga dei suicidi che avvengono ogni anno a decine nelle carceri italiane, dei quali molti sono (come lascia intendere anche lo stesso regista) con tutta probabilità auto-indotti se non addirittura inscenati dagli stessi organi statali che dovrebbero invece evitarli. L’immagine dell’indagato, privato di ogni diritto di difesa e del beneficio della presunzione di non colpevolezza fino al giudicato, morto in un lago di sangue con una lametta in mano circondato da secondini impassibili, resta forse l’unica immagine cruenta del film, ma non certo la sola di forte impatto.

L’interpretazione di Volonté è come al solito perfettamente calzante al ruolo che interpreta ed altamente incisiva. Egli interpreta Ludovico Graziano, cittadino onesto e desideroso di equilibrio e tranquillità (non a caso chiede di lasciare l’incarico di brigadiere dopo l’uccisione in una sparatoria di un suo collega), ma non per questo privo di coraggio, come dimostrerà nei discorsi con il giudice Cascedda e negli sviluppi successivi della vicenda. Peraltro, i paradossali risvolti che prende la situazione di Graziano (che abbandona l’incarico di brigadiere per ritrovarsi in una situazione molto più scottante e pericolosa) sembra suggerire allo spettatore l’idea di un’ineluttabilità drammatica nel destino del cittadino (del popolo?) italiano, il quale o cede a sua volta nella corruzione, o rimane omertoso di fronte ad un sistema delittuoso molto più grande di lui, o si macchia a sua volta di sangue in nome di un valore più alto della vita stessa (Graziano uccide il colonnello Ruiz e il killer non per legittima difesa ma per tensione rivoluzionaria verso un sistema criminale che non condivide e che lo esaspera).

Complessivamente, considerando quanto detto, non si può fare a meno di riconoscere il valore moral-culturale oltre che cinematografico di Io ho Paura, in quanto Damiani ci fornisce uno spaccato fedele nella sua drammaticità e decadenza della situazione italiana degli anni di piombo. Tutto nel film viene riflesso sotto un’alone di nebbia pessimista (il film inizia con un omicidio di un innocente e si conclude allo stesso modo), ed evidentemente visti i fatti narrati non potrebbe essere che così. Solo l’eccessiva durata (quasi due ore) e la pesantezza del film, dovuta più che altro a sequenze forse troppo diluite e per questo un po’ prive di mordente, non permettono a Io ho Paura di conseguire l’eccellenza, ma rimane comunque uno dei film da vedere senza se e senza ma per gli appassionati del filone socio-politico italiano.


Video:
Estratto da Io ho Paura.


Valutazione: 7.5

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