“Cadaveri eccellenti” (1976)


“La verità non è sempre rivoluzionaria”

Tra tutti i registi che negli anni Sessanta e Settanta produssero film di denuncia sociopolitica, il napoletano Francesco Rosi ricopre una posizione di tutto rispetto grazie soprattutto al suo undicesimo lungometraggio, Cadaveri eccellenti, uscito nel 1976. Esso, liberamente tratto dal romanzo Il Contesto di Leonardo Sciascia, tratta con coraggio diversi temi che riflettono in tutto e per tutto la situazione italiana degli anni Settanta, nel bel mezzo degli anni di piombo: il potere delle forze occulte, l’interazione tra le medesime e lo Stato, le rivolte giovanili e la scarsa audacia del PCI; il film infatti fece scalpore soprattutto per la battuta finale (vedi sopra), pronunciata da un segretario del Partito Comunista, che – parafrasando Gramsci – viene usata da Rosi per denotare l’omertà dell’opposizione di fronte alla corruzione imperante.


Trama:

In tre paesi siciliani a poca distanza l’uno dall’altro, vengono misteriosamente assassinati tre alti magistrati. Si del caso è l’ispettore Rogas (Lino Ventura), professionista integerrimo e risoluto, che inizialmente per le modalità degli omicidi e per la posizione delle vittime pensa ad una vendetta mafiosa. Solo più tardi, scoprendo che solo in tre processi i tre magistrati uccisi avevano agito insieme, si mette sulle tracce delle tre persone che in quei procedimenti furono condannate. Dopo aver interrogato un camionista ed un meccanico, Rogas cerca di mettersi in contatto con un farmacista chiamato Cres, condannato anni prima dai tre per aver cercato di avvelenare la moglie; tuttavia Cres non si trova da nessuna parte, al punto che Rogas può parlare solo con una delle poche persone che l’abbia visto di recente.

Più le indagini proseguono, più Rogas si forma l’ipotesi che qualcuno abbia deciso di sfruttare la furia omicida di Rogas e di farlo continuare indisturbato, allo scopo di far ricadere la colpa sui gruppi extraparlamentari di sinistra e comprometterne così l’immagine pubblica (infatti in quel periodo infuriano gli scontri tra polizia e giovani contestatori, che accusano molti dei capi dello Stato e della Polizia di avere rapporti con la mafia). Quando viene ucciso anche un magistrato a Roma, però, Rogas viene inizialmente affiancato da un commissario della squadra politica della capitale e successivamente, seppur vicino alla soluzione del caso, viene costretto ad abbandonare l’indagine. Ancora persuaso di essere sulla strada giusta, l’ispettore non rinuncia a completare privatamente le sue ricerche: riesce così a scoprire, interrogando alcuni testimoni,  che l’auto dell’assassino è una Mercedes bianca la cui targa inizia per “97”.

Quasi casualmente, recatosi in questura a Roma, trova parcheggiata fuori da essa l’auto in questione, che si rivela essere di alcune alte cariche della polizia. Ottenute le prove di un complotto, si affretta ad informarne il segretario del partito comunista, il quale si affretta a fissare con Rogas un appuntamento presso un museo della capitale. Sarà proprio in questo luogo, in mezzo alle statue degli antichi consoli romani, che i due verranno uccisi da due colpi di pistola sparati dall’esterno del museo, dalla mano di un killer destinato a rimanere nell’ombra. La polizia, commentando il caso ai telegiornali, fa passare il fattaccio come un omicidio-suicidio, facendo credere che Rogas abbia prima ucciso il segretario del PCI e che poi si sia tolto la vita. Il film si conclude con un membro del PCI che, informato da fonti molto vicine a Rogas delle sue indagini e delle conclusioni scottanti a cui era giunto poco prima di essere ucciso, decide di insabbiare quanto scoperto dall’ispettore e di non denunciare la corruzione che esiste tra le alte istituzioni statali e la criminalità organizzata, poiché a parer suo “la verità non è sempre rivoluzionaria”.


Commento:

Francesco Rosi è abile a prendere il soggetto da un romanzo di Sciascia, ambientato mezzo secolo prima, e a modificarlo adattandolo ai giorni in cui il film uscì, quei famigerati anni Settanta tristemente famosi per la lenta implosione degli anni di piombo. Cadaveri eccellenti fece scalpore all’epoca – come d’altronde altri film del genere – per il coraggio degli argomenti trattati: l’implicazione degli alti poteri statali in stragi poi attribuite a frange terroristiche, il tentativo delle maggiori cariche poliziesche di mettere in atto un golpe ai danni dell’ordine prestabilito (come in Z, Costa-Gravas, 1969) e il problema dell’impossibilità di denunciarli alla nazione (come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Elio Petri, 1971), l’uccisione sistematica di magistrati irreprensibili e giustizionalisti (come nel successivo Io ho paura, Damiano Damiani, 1977) e la mistificazione a mezzo stampa dei reali colpevoli dei delitti a scopi politici (come in Sbatti il Mostro in Prima Pagina, Marco Bellocchio, 1972).

Come detto, il soggetto è ripreso dal romanzo Il Contesto di Leonardo Sciascia, mentre per la sceneggiatura Francesco Rosi si fece aiutare da Tonino Guerra e Lino Iannuzzi. Bisogna sottolineare, dal punto di vista della fotografia (ad opera di Pasqualino de Santis, uno dei migliori fotografi del cinema italiano degli anni Settanta), il grandissimo ricordo al grandangolo, persino negli ambienti interni, che serve a rendere l’idea dell’insignificanza e della piccolezza dei singoli personaggi (in particolar modo dei magistrati uccisi e dell’ispettore Rogas) in confronto alla corruzione ormai ben radicata dell’intero sistema (notevole è sotto questo punto di vista la scena finale girata all’interno del museo). E’ curioso il fatto che nella scena iniziale del film il magistrato che poi sarà il primo a soccombere stia parlando con alcuni cadaveri conservati nella cripta di una chiesa – una premonizione o un accenno critico al fatto che, in quei tempi di corruzione ed omertà, fosse più produttivo parlare con i morti che con i vivi? Da ricordare anche la scena in cui un alto magistrato espone a Rogas il problema (delicatissimo e attualissimo) dell’esistenza dell’errore giudiziario – e di tutte le conseguenze che presuppone – dando la colpa di tutto a Voltaire.

Dal punto di vista del cast artistico, vanno sottolineate le interpretazioni di Lino Ventura, Renato Salvatori, Fernando Rey, Tino Carrara, Luigi Pistilli e Florestano Vincini; curiosa la piccola parte di Tina Aumont nella parte di una prostituta che, sottoposta ad interrogatorio, smentisce fermamente i propositi di onnipotenza di un “irreprensibile cittadino” (un postino) che, pur non avendo visto nulla, si inventa alcuni particolari per compiacere la polizia. In definitiva Cadaveri eccellenti, nonostante una trama sbilanciata (troppi eventi nella prima parte di pellicola, lunghi tratti un po’ pesanti da seguire nella seconda) e qualche passaggio poco chiaro – difetti che non gli permettono di competere con i capolavori massimi del thriller politico all’italiana -, al pari di molti film usciti in quel periodo riesce tuttavia a raggiungere il suo obiettivo di denuncia politico-sociale e si rivela anche tristemente profetico sui fatti di criminalità che si verificheranno più di tre lustri dopo.


Video:

Scena iniziale del film.


Valutazione: 7.0

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