“Antropophagus” (1980)


Il regista romano Joe D’Amato (nome d’arte di Aristide Massaccesi) è noto al pubblico horror per aver girato, a cavallo tra i decenni settanta e ottanta, tre titoli di fondamentale importanza per il genere, se non altro per l’estremizzazione della morbosità e dell’efferatezza di alcune scene che lo inserirono di diritto nel novero dei registi horror italiani più estremi. Il primo di questi tre film, Buio Omega (1979), narrava di un necrofilo psicopatico; il secondo, Antropophagus (1980), di un cannibale col volto deturpato; il terzo, Rosso sangue (1981), di un assassino impossibile da ferire. Proprio Antropophagus è considerato dalla critica il suo film più estremo, grazie ad un paio di scene cult che compensano in qualche modo una trama scarna e per molti versi mediocre.


Trama:

Una coppia di turisti tedeschi viene uccisa su una spiaggia da un misterioso assassino; a donna viene annegata e finita, mentre l’uomo viene massacrato a colpi di mannaia. La scena si sposta ad Atene, dove una giovane ragazza di nome Julie che deve recarsi su un’isola dove deve incontrare una coppia di suoi conoscenti che ha una figlia cieca. Poiché non è in possesso di alcun battello, Julie si aggrega a un gruppo di turisti conosciuti sul luogo: essi sono Alan, che noleggia una barca, sua sorella Carol, una cartomante, Harold e la moglie incinta Maggie, e Daniel, che pur avendo una relazione con Carol non esita a fare il cascamorto con la nuova arrivata. Durante il viaggio, Carol legge le carte a Maggie ma è scioccata nel constatare che è impossibile trovare una lettura nelle tre carte scelte da Maggie: per questo pensa che probabilmente non ci sarà alcun futuro per lei. Julie però trova una lettura (a dire il vero molto all’acqua di rose) e tranquillizza Carol.

Non appena arrivati sull’isola, Maggie si sloga una caviglia scendendo dalla barca e il gruppo la lascia sul molo con un marinaio del luogo, incaricato di prendersi cura di lei fino al loro ritorno. Dopo una rapida perlustrazione il gruppo si accorge che il paese è deserto. L’unica persona che vedono è una donna che li osserva da dietro una finestra; una volta entrati in quella casa trovano un messaggio della donna che dice loro di fuggire ed un cadavere in decomposizione, mentre la donna scappa. Intanto sulla barca il marinaio che sta curando Maggie viene ucciso da un misterioso assassino che lo trascina in mare e lo decapita; quando Maggie vede la sua testa grida, ma dopo pochi istanti viene portata via dal mostro. Intanto il resto del gruppo decide di insediarsi nella casa degli amici di Julie, che trovano misteriosamente vuota. Julie e Daniel sentono dei rumori e scendono in cantina; qui all’improvviso esce da un botte di vino una ragazza urlante che accoltella alla schiena Daniel: Julie la riconosce nella persona di Ariette, la figlia cieca della coppia dei suoi amici. Dopo essere stata tranquillizzata e curata, la ragazza dice che i suoi genitori sono stati uccisi da un mostro, del quale percepisce il forte odore di sangue quando è nei paraggi.

Poco dopo Daniel si reca nella stanza di Julie e prova a baciarla; Carol vedendo la scena scappa disperata e Julie le corre dietro per rassicurarla. Intanto nella villa Annette sente l’odore del mostro (George Eastman), che infatti non esita a mostrarsi – si tratta di un energumeno nerboruto con la faccia sfigurata e i capelli alla viva il parroco – e a uccidere Daniel, mordendolo alla giugulare. Dopo la morte di Daniel, i superstiti si accorgono dell’esistenza di una villa, che Julie dice essere di una famiglia nobile giunta sull’isola in seguito ad un naufragio; appena entrano trovano una donna impiccata: si tratta di colei che avevano visto prima in paese. Intanto, guardando dalla finestra, il gruppo si accorge che la nave – che precedentemente stava andando alla deriva – ora sta ritornando verso la riva grazie al vento favorevole. Così Harold, uscito dalla villa per raggiungere la costa, trova una scarpa appartenente a Maggie ed entra in una grotta piena di scheletri e teschi umani; dentro ad una cripta trova Maggie ma entrambi vengono assaliti dal mostro che uccide Harold e sventra Maggie per poi mangiarne il feto.

Durante questa scena ci viene mostrato un flashback: un uomo, naufrago insieme alla moglie e al figlio, li uccide e si nutre delle loro carni. Intanto nella villa le donne ritrovano alcuni diari e alcune fotografie appartenenti a un certo Klaus Wortmann. Diventa chiaro che il mostro è proprio Klauss Wortmann che, in seguito al delitto compiuto, è impazzito ed è perennemente alla ricerca di carne umana per placare il suo trauma; inoltre è anche orribilmente sfigurato a causa di un incendio (probabilmente appiccato dalla sorella, ovvero la donna impiccata). Giunto alla villa, il mostro uccide anche Carol e Annette, ma Julie riesce a spingerlo giù dal tetto. Scesa dalla soffitta ed uscita dalla villa. Julie viene però raggiunta dal mostro, che era caduto nel pozzo. Ma Alan arriva all’improvviso e, impossessatosi di un piccone che precedentemente teneva in mano Julie, colpisce a morte il mostro; dalla sua pancia fuoriescono le viscere, e il mostro, in preda alla sua pazzia, addenta pure quelle, prima di stramazzare al suolo e spirare.


Commento:

Antropophagus è uno dei pochi horror puri di D’Amato, ovvero una delle tre pellicole del filone non contaminate da altri genere (in particolar modo, pensando a D’Amato, dall’erotismo o dalla pornografia). Essendo il villan un cannibale, Antropophagus può essere inserito nella lista di film horror italiani denominati cannibal movies: tuttavia esso presenta una serie di differenze rispetto ai cliché del genere (non è ambientato nella giungla ma in un’isoletta greca, non c’è una tribù di cannibali ma solo un pazzo antropofago in seguito ad un trauma, le vittime non sono esploratori, non c’è un obiettivo di critica sociale insito nel film) che lo distaccano sensibilmente dal prototipo del cannibal movie (come può essere invece Cannibal Holocaust). C’è anche da sottolineare però che con i cannibal movies Antropophagus condivide un certo gusto per il gore estremo (vedi due paragrafi avanti).

Antropophagus è quindi da considerare essenzialmente come uno slasher: c’è infatti un villain solo che stermina uno dopo l’altro, con delitti più o meno efferati, un gruppo di ragazzi giunti in vacanza in un luogo sperduto. La figura stessa del villain – il mostro antopofago con la faccia deturpata da un incendio e con un terribile trauma passato che l’ha fatto uscire di senno – è una caricatura pressoché perfetta per recitare la parte del Jason o del Michael Myers di turno. Tuttavia possiamo trovare anche in questo caso delle differenze con il tipico film slasher: per esempio, le vittime non sono sessualmente promiscue (anche se bisogna notare che uno dei primi a soccombere è proprio il marpione della compagnia) ed inoltre il mostro alla fine viene ucciso dai superstiti (addirittura ben due!). Da notarsi come le violenze sono quasi tutte nella seconda parte del film: nella parte iniziale si assiste subito ad un omicidio bello truculento dopo pochi secondi e poi il nulla per almeno una mezz’ora abbondante. Peccato che la tensione nonostante ciò si percepisca raramente.

Per la particolare efferatezza di alcune sue scene, Antropophagus rientra nella categoria dell’horror splatter. Due scene in particolare lo fanno entrare di diritto nel novero dei film horror italiani più truculenti: la prima è quella in cui il mostro, afferrata la malcapitata donna incinta, le apre il ventre e ne estrae il feto, divorandolo davanti agli occhi terrorizzati del marito della vittima (in Inghilterra si pensava fosse una scena vera, ragion per cui il film fu a lungo censurato; D’Amato rivelò invece che il “feto” era in realtà un coniglio spellato); la seconda è la sequenza conclusiva, nella quale il mostro, colpito a morte con una picconata nel ventre, ne estrae le interiora e le addenta. Oltre a queste due scene – che appaiono senza dubbio nella top ten delle scene più gore dell’horror made in italy – ricordiamo anche la morte del povero turista tedesco, colpito in pieno volto da una mannaia, quella di Daniel, morso al collo e morto all’istante per la rottura della giugulare e, con una dinamica simile, quella di Annette. La testa decapitata del marinaio greco al contrario è stata realizzata con effetti speciali così miseri che poteva benissimo esserci risparmiata (ma d’altra parte forse è anche questo il bello dell’horror casereccio)! In ogni caso, tutte queste scene estremamente gore fanno ben capire perché il film, alla sua uscita nelle sale italiane nell’agosto 1980, fu vietato ai minori di 18 anni.

Purtroppo ad un’estremizzazione simile dell’efferatezza degli omicidi non va di pari passo un’indagine psicologica riguardo il trauma del mostro: Joe D’Amato inizialmente ci accenna qualcosa (il diario ritrovato, il flashback del mostro) ma poi inspiegabilmente rinuncia a spiegarne i tratti salienti (perché il suo volto è deturpato dalle fiamme? perché la sorella lo difende – e dov’era al momento del naufragio, visto che sulla barca del flashback non era presente? perché non ci viene letto qualche passo in più del diario del mostro per farcene capire un po’ meglio la psiche?). In questo modo purtroppo si rischia di rendere fine a se stessa una violenza che, con un supporto un po’ maggiore anche dal punto di vista psicologico, – c’è da scommetterci – avrebbe anche impressionato maggiormente lo spettatore. Al di là dell’elemento gore, comunque, Antropophagus non si distingue per particolari meriti: tolte le atmosfere e le ambientazioni suggestive (una Grecia insulare che appare arida e malsana), infatti, rimane ben poco a livello di sceneggiatura e di tensione. Ma, d’altra parte, l’amante dell’horror estremo ne uscirà ampiamente soddisfatto.


Curiosità (Wikipedia):

  • Il film fu girato in esterni ad Atene, a Sperlonga, a Nepi e a Sutri, mentre gli interni furono girati in una villa a Sacrofano. La misteriosa isoletta greca avvistata dalla barca è in realtà Ponza.
  • Le scene ambientate nella grotta sono state girate nelle Catacombe di Santa Savinilla a Nepi. Per l’occasione, come raccontato da Joe D’Amato alla rivista Nocturno, venne affittato un gran numero di teschi ed ossa di plastica da posizionare nelle diverse nicchie assieme ai veri resti umani presenti già da prima. Al termine delle riprese, vennero raccolte per sbaglio tutte le ossa, vere e finte, che in seguito D’Amato conservò a casa sua.

Video:

Trailer del film.


Valutazione: 7.1

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Archiviato in cannibal, horror, slasher, splatter

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