“Milano trema: la polizia vuole giustizia” (1973)


Moltissimi conoscono Sergio Martino per le sue commedie trash-erotiche; chi è appassionato di film di genere senza dubbio lo ricorderà come uno dei fautori massimi del giallo all’italiana (Tutti i colori del buio, I corpi presentano tracce di violenza carnale, Lo strano vizio della signora Wardh); ma anche con il genere poliziesco (o, meglio, poliziottesco) il regista romano si diede da fare, inanellando ben quattro titoli tra il 1973 e il 1975: Milano trema: la polizia vuole giustizia, La polizia accusa: il servizio segreto uccide, La città gioca d’azzardo, Morte sospetta di una minorenne. Il primo film di questo filone police-thriller, considerato da molti anche il suo tentativo meglio riuscito, mischia elementi tipici del poliziesco tipico (inseguimenti, indagini della polizia, rapine in banca) a intuizioni che poi faranno la fortuna del filone thriller più politicizzato (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Sbatti il mostro in prima pagina, Io ho paura). Molto più vicino a Cadaveri eccellenti che non a Milano odia: la polizia non può sparare, questo primo tentativo di Martino nel poliziesco si rivela molto riuscito sia per l’audacia degli argomenti trattati (l’infiltrazione all’interno degli organi di polizia di un potere occulto cospirante un golpe) sia per la dinamicità di azione, favorita anche da un protagonista, il commissario Caneparo (interpretato da un Luc Merenda al culmine della sua forma).


Trama:

Il vice commissario di polizia Giorgio Caneparo (Luc Merenda) viene sospeso dal servizio per i suoi metodi violenti e poco convenzionali: ha infatti freddato due evasi che, prima di arrendersi davanti alla polizia, avevano ucciso diversi agenti, un padre di famiglia e una bambina di sette anni. Caneparo è convinto che in tempi simili di criminalità e violenza metropolitana i suoi metodi siano gli unici possibili; quindi decide di rimettersi in gioco, senza divisa, quando viene ucciso un suo collega e amico. Caneparo indaga sugli ultimi giorni di vita di quest’ultimo ed inizierà col farsi notare all’interno dell’ambiente criminale, frequentando una piccola sala da biliardo che sembra essere il covo di una banda di malviventi. In poco tempo riesce a conquistare la fiducia di una ragazza, Maria (Martine Brochard), e soprattutto ad attirare l’interesse del misterioso editore Padulo (Richard Conte), il quale sembra comandare su tutta la cricca. Caneparo finirà col conquistare anche la fiducia di Padulo mostrando la sua abilità alla guida: viene quindi assoldato da quest’ultimo per fare l’autista di un gruppo che da lì a pochi giorni dovrà rapinare una banca per conto suo. Caneparo svolge con destrezza il suo incarico ma, vedendo la violenza con cui i suoi compagni di rapina compiono gli ordini di Padulo (in particolar modo uccidendo una donna incinta con una raffica di colpi di mitra), gioca un tiro mancino a Padulo portando l’auto, al termine di un folle inseguimento con la polizia, proprio all’interno del cortile della questura, facendo così arrestare i suoi complici.

Padulo sente che la terra sotto ai suoi piedi scotta, e allora prima uccide un vecchio pescatore che era servito da tramite tra lui e Caneparo, poi fa appiccare un incendio alla sala da biliardo, infine uccide Maria, l’unica ancora in vita tra coloro che potevano testimoniare contro di lui. Infine cambia nome, città ed occupazione, ma Caneparo riesce a rintracciarlo in uno studio a Bergamo sotto il falso nome di dott. Salussoglia; Caneparo cerca di farlo parlare per scoprire per conto di chi agisce, ma il criminale si ribella e finisce per essere scagliato da Caneparo contro uno spigolo di marmo, andando in coma irreversibile. Caneparo sente che la sua ricerca volge al termine, ed è solo per caso che scopre chi sta al culmine della piramide: si tratta di Gianni Viviani (Silvano Tranquilli), suo collega alla polizia nonché suo amico. Gianni scopre che Caneparo sa ormai tutto, così gli offre di collaborare con lui e il resto dei cospiratori per la realizzazione di un golpe per ribaltare l’ordine costituito ed installare nel giro di pochi mesi una dittatura. Caneparo finge di accettare l’offerta, ma poi la declina e dopo un ultimo, avvincente inseguimento automobilistico fredda Viviani con un colpo di pistola, quindi si consegna a mani alzate alla polizia.


Commento:

In Milano trema: la polizia vuole giustizia non latitano certo i momenti tipici del filone poliziesco: lo spettatore appassionato del genere avrà modo di rifarsi gli occhi con inseguimenti mozzafiato (le cui riprese verranno in parte riprese l’anno seguente da Milano odia: la polizia non può sparare), rapine al fulmicotone, sparatorie ed una memorabile scena iniziale in cui un gruppo di galeotti scortati da alcuni agenti su un treno si ribellano e massacrano a colpi di mitra prima gli agenti stessi, poi un padre di famiglia e la figlioletta (omicidio quest’ultimo che comunque non ci viene mostrato). D’altra parte che Martino abbia un particolare gusto per violenze particolarmente efferati si capiva chiaramente sia dai suoi gialli-thriller che dai suoi horror a tinte cannibal-avventuristiche (La montagna del dio cannibale): non ci sorprende allora nemmeno la sequenza che mostra un invasato Bruno Corazzari (che in Io ho paura di Damiani interpretava un integerrimo questore) impallinare una donna incinta di parecchi mesi, nei panni del rapinatore senza scrupoli. Come in ogni poliziottesco che si rispetti c’è un protagonista, in questo caso l’ottimo Luc Merenda, nei panni del commissario assettato di giustizia e desideroso di estirpare la criminalità anche con maniere violente e poco ortodosse; quello che fa funzionare Milano trema: la polizia vuole giustizia però è anche l’elemento di critica sociale-politica, che pone nella mente dello spettatore inquietanti interrogativi (da che punto inizia il permesso di usare la violenza? è possibile combattere la criminalità con altra criminalità come si propongono di fare i cospiratori?) e ne ribalta continuamente il punto di vista sui diversi personaggi (il protagonista appare ora come un’eroe positivo, ora come un uomo violento e senza scrupoli alla pari dei criminali che combatte, ma mai in ogni caso come un personaggio negativo o antipatico). Notevole la sceneggiatura scritta da Ernesto Gastaldi (che l’anno seguente scrisse per Lenzi quella del capolavoro del genere, Milano odia: la polizia non può sparare); i dialoghi in dialetto milanese (specialmente quelli di Caneparo) aggiungono una bella nota di simpatia ad un prodotto già valido per ragioni diverse.


Video:

Trailer del film.


Valutazione: 7.4

Lascia un commento

Archiviato in action, crime, political thriller, poliziesco, poliziottesco, sociopolitical

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...