“Non si sevizia un paperino” (1972)


Crescono, sentono lo stimolo della carne, cadono in braccio al peccato. Bisogna impedirglielo“.

Lucio Fulci dalla fine degli anni sessanta e durante diresse quattro gialli: il primo fu Una sull’altra (1969), al quale seguirono Una lucertola con la pelle di donna (1971), Non si sevizia un paperino (1972) e infine Sette note in nero (1977). Fulci si distinse dagli altri registi che si cimentarono con il giallo-thriller all’italiana per il suo stile cinematografico più onirico e cupo della media. Se l’elemento onirico la fa da padrone nel suo secondo e quarto giallo, l’elemento cupo e morboso è invece rilevantissimo nel terzo. Non si sevizia un paperino (conosciuto all’estero come Don’t torture a duckling), da molti critici considerato il suo capolavoro nonché uno dei film migliori del genere, è ambientato in un paesino retrogrado del Meridione e tratta temi come la superstizione, l’ignoranza, il peccato, la sessualità, il “doppio”, la violenza verso il diverso.


Trama:

Ad Accendura, un immaginario paese del sud Italia, una strana donna chiamata “la maciara” (Florinda Bolkan) scava una piccola fossa ai margini di un’autostrada, estrae il piccolo corpo di un neonato e fugge. Poco lontano, Tonino, Michele e Bruno, tre dodicenni del luogo, escono dalla chiesa dove si sono appena confessati e si recano a spiare due prostitute e i loro clienti in un casolare abbandonato. Nei dintorni c’è anche Giuseppe Barra, un minorato mentale con il vizio del voyeurismo. I bambini si prendono gioco di lui, e questi minaccia di ucciderli. La misteriosa donna dell’incipit intanto compie una serie di riti di magia nera, trafiggendo con alcuni spilloni delle bambole di cera nera. Michele, la stessa sera, porta un vassoio con l’aranciata a Patrizia, una prostituta del luogo, che è completamente nuda e provoca Michele.

Poco dopo Bruno viene inseguito e brutalmente ucciso. Poco dopo un uomo con una telefonata anonima ai genitori chiede sei milioni di lire come riscatto. Sul luogo giunge anche il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian). I carabinieri arrestano per l’omicidio Barra, trovato mentre sta per ritirare il riscatto; egli conduce i carabinieri sul luogo in cui ha sepolto il corpo di Bruno. Sul posto c’è anche Don Alberto Avallone, il giovane parroco del paese, a benedire la salma. Poco dopo in caserma Barra si proclama innocente, giurando che Bruno era già morto quando lui lo ha trovato, e che ha richiesto solo il riscatto. La mattina seguente viene trovato il cadavere di Tonino, che è stato annegato in una vasca di pietra. Andrea Martelli si reca da don Alberto, e questi gli confessa di essere preoccupato per il futuro dei bambini del paese, in balia di cotanta violenza e delle troppe tentazioni che il sesso offre loro.

Ai funerali di Michele è presente tutto il paese, e una donna avverte la presenza anche dell’assassino e urla: la maciara si allontana improvvisamente e furtivamente. La polizia si reca allora da zio Francesco, un anziano fattucchiere che convive da anni con la maciara; quest’ultima però non è in casa e zio Francesco sostiene di non vederla da qualche settimana. I carabinieri vengono avvertiti da una telefonata anonima, fatta da Aurelia Avallone, la madre di don Alberto, che la maciara si nasconde nei boschi fuori dal pese: essa viene trovata e arrestata, dopo il ritrovamento dello scheletro di un bambino. In caserma la polizia la interroga e lei confessa di aver ucciso i tre bambini, che avevano scoperto la tomba del suo bambino, frutto di una relazione con zio Francesco e dal loro ucciso anni prima perché credevano fosse il figlio del demonio. Ma la maciara appare insana di mente: è infatti convinta di avere ucciso i bambini con la magia nera, solo trapassando dei pupazzi di cera con degli spilloni. La sera stessa il magistrato, dopo aver ascoltato la testimonianza di un appuntato che scagiona la maciara, ne ordina la scarcerazione.

La mattina seguente la maciara torna a casa, dove viene accerchiata dai padri dei bambini uccisi che la pestarla brutalmente con catene e bastoni. La maciara riesce a trascinarsi sino ai margini dell’autostrada, dove muore tra le auto che sfrecciano indifferenti. In paese, un bambino di nome Mario si avventura nel bosco. Un suo amico riferisce tutto a don Alberto, che lo inizia a cercare. Mario incontra Patrizia, bloccata in strada con l’auto a causa di una gomma bucata. Poco dopo, Mario viene trovato morto con il cranio fracassato. Andrea Martelli trova l’accendino di Patrizia sul luogo del delitto e si reca da lei. La ragazza dice di averlo incontrato e di essersi fermata, ma solo per telefonare a uno spacciatore. Su un quotidiano campeggia la foto del luogo del ritrovamento del cadavere di Mario, e Patrizia si accorge di un paperino di gomma, che aveva regalato quel pomeriggio a Malvina, figlia demente di Aurelia Avallone nonché sorella di Don Alberto.

I due ipotizzano che la bambina stacchi compulsivamente la testa a tutte le sue bambole e pensano che possa avere in qualche modo assistito ai delitti. I due entrano nella casa e vi trovano Aurelia che si rivela reticente. Tornati a casa, i due ricevono una telefonata da don Alberto, il quale è in allarme perché Aurelia è scomparsa insieme a Malvina. I due riescono a trovare il luogo in cui la donna si è nascosta, una rupe deserta, e vi trovano anche don Alberto, che tiene in braccio Malvina. Di colpo si rendono conto che l’uomo vuole gettarla nel vuoto. Don Alberto, tramite alcuni flashback, confessa di essere il serial killer di bambini, e di averli uccisi per farli rimanere puri e salvarli dalle tentazioni. Martelli insegue l’uomo e i due hanno una colluttazione, al termine della quale Don Alberto precipita nel vuoto, fracassandosi il cranio contro le rocce. Prima di morire, il parroco ha una serie di allucinazioni e di flashback in cui vede i bambini da lui uccisi mentre giocano a calcio, si confessano e vengono “purificati” da lui tramite l’omicidio e la conseguente benedizione.


Commento:

Il regista romano Lucio Fulci probabilmente è più conosciuto per i suoi horror-splatter (E tu vivrai nel terrore: l’Aldilà, Zombi 2, Paura nella città dei morti viventi) che per i suoi gialli-thriller; tuttavia, personalmente ritengo di una caratura maggiore le pellicole che realizzò per il secondo filone (primo in ordine cronologico). Fulci iniziò a produrre gialli alla fine degli anni sessanta (il suo primo tentativo, molto erotico e poco violento, è del 1969), quindi molto prima di parecchi registi che poi si cimenteranno con il genere (e prima anche dello stesso Dario Argento, che molti vogliono avere ispirato parecchio Fulci). Non si sevizia un paperino è il suo terzo tentativo nel giallo, nonché il più cupo ed estremo e a detta di molti anche il migliore (sebbene io preferisca di poco il precedente Una lucertola con la pelle di donna, maggiormente onirico ed erotico).

Non si sevizia un paperino è ambientato in un paese immaginario dell’Italia del sud, dove la fanno da padrone l’ignoranza, la superstizione, l’arretratezza culturale e il pregiudizio contro il diverso. Proprio in virtù della trattazione di questi elementi Non si sevizia un paperino fu enormemente rivalutato negli ultimi decenni: quando uscì nel 1972 il film fu considerato infatti troppo morboso e non pochi critici cinematografici lo stroncarono, del tutto ignari del fatto che con il passare degli anni arriverà ad essere considerato uno dei migliori film del filone (grazie anche al parere di critici meno chiusi di mente). Già la location in cui il film si sviluppa (inizialmente doveva essere girato nell’industriale Torino, ma successivamente grazie a dio Fulci cambiò idea) è una delle grandissime intuizioni del regista: nessun giallo all’italiana era mai stato ambientato nel sud rurale, essendo invece privilegiata la città (e anzi la metropoli, Milano e Roma su tutte, ma poi successivamente anche Venezia, Perugia e via dicendo).

La morbosità e la cupezza delle quali la pellicola fu accusata al tempo della sua uscita sono elementi innegabili ed imprescindibili, che concorrono tuttavia proprio ad elevare il valore intrinseco della pellicola stessa, e non di sminuirlo. Non si sevizia un paperino è uno dei thriller dell’epoca in cui la violenza è meno gratuita, ma è anzi da considerare come filtrata non solo attraverso la mente malata del killer ma soprattutto attraverso una mentalità retrograda, sottosviluppata ed immobile nella sua cieca superstizione. Così i paesani del villaggio sono portati a credere che l’assassino possa essere innanzitutto un povero demente che – secondo le parole del commissario – “non ha mai fatto del male ad una mosca”, poi una “maciara”, ovvero una fattucchiera locale, anche lei non del tutto a posto a causa della morte prematura del figlio, e quindi una prostituta, per di più originaria da Milano e quindi considerata come un elemento di disturbo e dannazione per la quiete del paesino.

L’identità dell’assassino, svelata solo al termine di un’avvincente narrazione che prosegue per più di un’ora e mezza senza mai un minimo calo di tensione né una falla nella sceneggiatura (l’assassino potrebbe essere davvero chiunque e si può intuire chi sia solo grazie ad un’illuminazione), è destinata non solo a scioccare lo spettatore per la novità (un prete assassino poi si ritroverà anche in numerosi altri film del genere, come Sette orchidee macchiate di rosso, La casa dalle finestre che ridono, Solamente nero e altri ancora) ma anche a suggerirgli numerosi spunti di riflessione che esorbitano dalla mera follia: lo scontro tra la naturale predisposizione alla scoperta della sessualità in un bambino e l’idea del “peccato” su cui si fonda la religione cristiana, l’omicidio rituale e la purificazione attraverso di esso, il labile confine tra il lecito e la perversione. Il flashback finale dell’assassino, inoltre, apre inquietanti interrogativi anche riguardo al modo in cui il medesimo vedesse i bambini che doveva accudire: amore spirituale o mania sessuale frenata dalle convenzioni di paese in mezzo alle quali è cresciuto?

Non si sevizia un paperino è filmato prevalentemente alla luce del sole, nelle campagne assolate ed aride del sud Italia: l’ambientazione è dunque in netto contrasto con i temi morbosi e cupi che il film affronta, ed in particolar modo la scena del linciaggio della “maciara” in un cimitero di compagna, sotto il sole cocente, risulta particolarmente riuscita nella sua ricerca dell’ossimoro visivo (ed anche uditivo, visto che è accompagnata in modo ironico da una canzonetta della Vanoni). Un’altra scena particolarmente violenta è quella finale, nella quale l’assassino si sfracella contro le rocce sfigurandosi (sequenza spesso censurata durante i passaggi televisivi del film). Per il resto le scene violente non sono tante, ma bastano queste due – unite all’atmosfera malsana che si respira durante l’intera visione della pellicola – a lasciare un indelebile effetto di morte sullo spettatore.

L’elemento erotico è poco presente a livello visivo (da segnalare la sola presenza della Bouchet nuda, per di più con un bambino presente – scena che costò anche un processo a Fulci che in molto furbescamente evitò la condanna raccontando una panzana), ma altresì molto presente a livello intellettivo: la sessualità – con le sue varianti di naturale elemento nella crescita di un bambino, di bene da comprare dietro ad un corrispettivo con la prostituzione, di atto sconosciuto da spiare tramite il voyeurismo, di peccato da estirpare per mezzo dell’omicidio purificatore – è uno dei temi maggiori dell’opera fulciana in questione, che si distingue dalle precedenti (altamente erotiche) per l’angolazione diversa da cui la si considera (in Una sull’altra e in Una lucertola con la pelle di donna essa era trattata da un punto di vista più carnale ed erotico – qui in maniera decisamente più m0rbosa e controversa).

Per quanto riguarda il cast, è da segnalare la presenza dell’attore cubano Tomas Milian – destinato a diventare poi un mito del poliziottesco e del trash – nei panni di un giornalista di cronaca nera che avrà il merito alla fine di scoprire l’assassino; Florinda Balkan e Barbara Bouchet sono le due attrici femminili più rilevanti del film, più intensa e brava la prima, più bella e maliziosa la seconda. Per il resto si segnala l’inedito Marc Porel nel ruolo cardine del parroco del paese e George Wilson in quello del fattucchiere. La colonna sonora di Riz Ortolani (coadiuvata da alcuni pezzi di musica leggera italiana che – come detto – hanno lo scopo di rendere ancora più stridente la visione del film allo spettatore) è pienamente degna dell’opera che accompagna: Ortolani la supererà solo con quella di Cannibal Holocaust. In definitiva, Non si sevizia un paperino è uno dei migliori film di Lucio Fulci (per il regista stesso e per molti critici è addirittura il migliore), nonché uno dei più rilevanti film del filone giallo-thriller all’italiana in cui lo spettatore possa imbattersi, ragion per cui è consigliatissimo a tutti gli amanti del genere e del cinema controverso (chi ha apprezzato il recente Io non ho paura dovrebbe vederlo per rendersi conto dell’enorme influenza che il film in questione ha esercitato nei confronti di Gabriele Salvadores).

Curiosità (Wikipedia):

  • Il titolo di lavorazione era Non si sevizia paperino. Questo doveva essere il titolo definitivo del film, ma la Disney si oppose a questo titolo e impose l’articolo. I produttori del film aggirarono questo ostacolo inserendo sui manifesti pubblicitari del film l’articolo “un” con un carattere scuro o velato, che si confonde con lo sfondo nero.
  • Durante la sequenza della lotta tra Tomas Milian e Marc Porel, i due attori si azzuffarono realmente, finendo sulle pagine dei quotidiani del tempo.
  • Il film fu vietato ai minori di 18 anni (Visto censura n. 61046 del 22 settembre 1972), a causa delle scene di violenza e la sessualità morbosa mostrata nel film. Patrizia si mostra nuda a Michele, nella sequenza che costò una denuncia a Lucio Fulci. I problemi maggiori con la censura riguardarono la sequenza in cui Barbara Bouchet si mostra nuda davanti a un bambino.[1] Per questa sequenza vi furono molte denunce, poiché la legge proibiva l’impiego di minorenni in sequenze scabrose. Nel gennaio del 1973, Lucio Fulci, Edmondo Amati e la Bouchet, dopo una lettera anonima, furono chiamati in tribunale. Lì, Fulci spiegò come era stata girata la sequenza: alla presenza di un notaio, che mise il tutto a verbale, la Bouchet era distesa nuda su un divano, mentre il bambino era ripreso sempre senza l’attrice. I controcampi di spalle del bambino furono invece girati da Domenico Semeraro, un nano amico dei produttori. Mentre Fulci usciva dal tribunale, il giudice domandò al regista cosa avesse visto, in fase di doppiaggio, l’attore (ovviamente un bambino) che doppiava il bambino. Fulci rispose che aveva visto delle code nere, al posto della Bouchet. Dopo aver detto questo, il verbalizzante della polizia disse a Fulci: «L’ha fregato, dottò…». Fulci dichiarò inoltre che la sequenza era una delle più morbose da lui realizzate.
  • Il titolo del film sarà omaggiato da Fulci, nel suo Lo squartatore di New York, diretto nel 1982, dove è presente un serial killer che parla con la voce di Paperino.
  • La sequenza finale del film, in cui don Alberto cade nel vuoto e si sfracella il volto, sarà ripresa da Lucio Fulci nell’incipit di Sette note in nero, diretto nel 1977, in cui una bambina assiste al suicidio della madre che si getta nel vuoto.
  • Alcuni particolari della sequenza del linciaggio della maciara (i primi piani dei tagli inflitti alle braccia e al volto dalle catene) saranno ripresi da Fulci nell’incipit di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, diretto nel 1981.
  • In una sequenza, la maciara doveva essere assalita da un gruppo di pipistrelli. La sequenza fu girata, ma non montata, poiché data la serietà del film Fulci non ritenne opportuno inserirla.
  • Il nome del paese in cui si svolge la vicenda, Accendura, fu adattato da Accettura, paese in provincia di Matera.
  • Per il personaggio della maciara, la Bolkan richiese esplicitamente un trucco che non ne facesse una “poveraccia”, bensì una donna povera ma con un suo fascino. Inoltre la Bolkan girò l’intero film senza mai vedere gli altri attori. Le sue scene furono infatti girate con la presenza della sola attrice.

Video:

Trailer del film.


Valutazione: 82/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Il Demonio (1963)

La casa dalle finestre che ridono (1976)

Io non ho paura (2003)

Sette orchidee macchiate di rosso (1971)

Sette note in nero (1977)

Solamente nero (1978)


1 Commento

Archiviato in italian giallo, mystery, thriller

Una risposta a ““Non si sevizia un paperino” (1972)

  1. Francesco

    Salve a tutti,non per essere volutamente fuori dal coro,ma questo film ,al di la’ di alcune memorabili scene(piu’ per la fama che hanno portato al film,che per la reale qualità di queste) non vale 4 stelle e mezzo.
    La violenza è troppo gratuita,si sottolinea eccessivamente la morbosità nei confronti dei bambini,(anche se comprendo l’intento del regista di denunciare un fatto reale) ,la stessa nudità della Bouchet è volutamente gratuita,insomma questo è l’unico film del genere giallo italiano anni 70 che evito e che non mi sentirei di consigliare a nessuno; di Fulci molto meglio la lucertola:sempre violenta,ma in quest’ultimo i fini del regista sono meno indirizzati ad ottenere uno sbigottimento forzato.
    In ultimo non mi piace che si tocchino bambini ,che devono essere lasciati fuori da film cosi’ al di la’ dagli schemi(non sono certo un moralista,ma per me ci sono dei limiti oltre i quali non si puo’ andare.

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