“Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica” (1971)


Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica è un film diretto da Damiano Damiani nel 1971. Regista molto profilico, Damiani si fece conoscere negli anni settanta grazie soprattutto ad un serie fortunata di political thriller, tra cui L’istruttoria è chiusa: dimentichi (1971), Perché si uccide un magistrato (1974), Io ho paura (1977) e, appunto, il film in questione.


Trama:

A Palermo, il commissario Bonavia induce, con un ricatto verso i medici, a dimettere dal manicomio della città il pregiudicato Michele Li Puma, criminale che cova un antico rancore nei confronti di Ferdinando Lo Munno, un noto costruttore con amicizie politiche influenti, che in realtà Bonavia sa essere un pericoloso mafioso. Il commissario però, a causa della corruzione e dell’omertà, non è mai riuscito ad incriminarlo, e quindi spera che Li Puma cerchi di vendicarsi nei confronti di Lo Munno, che anni prima lo aveva fatto rinchiudere con la complicità della sorella Serena, al tempo amante del costruttore. Il giorno dopo infatti Li Puma, travestito da poliziotto, fa irruzione nello studio di Lo Manno sparando ed uccidendo tre sicari di Lo Munno, ma trovando a sua volta la morte.

Delle indagini viene incaricato, oltre a Bonavia, il Sostituto Procuratore della Repubblica Traini. Quest’ultimo il giorno dopo riceve la visita dell’avvocato Canistraro che riferisce che Lo Munno, datosi alla latitanza, è disponibile a rispondere alle domande del Sostituto Procuratore ma solo se questi è disposto a recarsi da lui, temendo la presenza di Bonavia; così Traini incontra Lo Munno all’insaputa di Bonavia. Durante il colloquio Lo Munno lascia capire che non teme il commissario, ritenendosi viceversa preoccupato dai suoi “concorrenti”.  I due inquirenti cominciano a studiarsi, diffidando reciprocamente l’uno dell’altro, arrivando persino ad intercettarsi le telefonate.

Ad un certo punto Bonavia rivela al Magistrato che la sua avversione nei confronti di Lo Munno deriva dalla morte di un suo amico, di professione sindacalista, che in passato si era schierato apertamente contro il costruttore e per questo è stato ucciso e sepolto in una cava dai sicari di Lo Munno; questi ultimi inoltre uccisero anche un bambino che aveva assistito al delitto e che Bonavia aveva cercato di proteggere in qualità di testimone. Traini lo accusa del tentato omicidio commissiono a Li Puma. Nel frattempo il commissario entra in contatto con Serena che, avendo capito che Lo Munno intende ucciderla al fine di eliminare l’ultimo testimone, si rende disponibile a testimoniare contro di lui. Traini invece viene informato dai medici del manicomio che è stato proprio Bonavia ad indurli a fare uscire Li Puma dall’istituto sotto la minaccia di incriminarli per la loro mala gestione.

A questo punto gli eventi sembrano precipitare e Bonavia, dopo essere stato messo sotto accusa, uccide Lo Munno in un ristorante lasciando al Procuratore della Repubblica la sua confessione. Traini nel frattempo comincia a riconoscere le responsabilità di Lo Munno e dei politici a lui collegati e si mette a sua volta alla ricerca di Serena che però intanto viene trovata dai sicari, uccisa ed infilata in un pilone di cemento. Bonavia viene ucciso in carcere durante una proiezione cinematografica e Traini, convinto della connivenza di Malta, lo incontra in Tribunale fissandolo senza parlargli, lasciando intendere che non fermerà le sue indagini.


Commento:

Classico political thriller anni settanta diretto da un Damiano Damiani che trovò in tale genere la sua miniera d’oro. Damiani ambienta la vicenda a Palermo per trattare in modo esplicito un argomento che gli stava molto a cuore: i legami tra le istituzioni e la mafia nel sud Italia. Mentre in altri film del filone, tra cui anche molti dello stesso Damiani, si parla di cospirazioni messe in atto dalle istituzioni statali con alcuni non meglio specificati poteri occulti, in questo caso la denuncia sociale di Damiani centra esplicitamente il bersaglio.

Anche i personaggi della vicenda sono quelli classici del genere: il commissario coraggioso e giustizialista, il magistrato più prudente che vuole rimanere nei limiti della legge per non rischiare troppo sulla sua pelle, il costruttore mafioso (Luciano Catenacci è sempre perfetto in ruoli del genere). Inoltre ci sono tanti accenni a fatti che servono ad inquadrare meglio la vicenda e anche a colorirla tristemente: l’omicidio del bambino testimone, l’uccisione dell’onesto sindacalista, l’interrogatorio del pazzo in manicomio e via dicendo. Tragica soprattutto l’ultima scena con l’uccisione del commissario da parte di alcuni sicari mafiosi introdottosi in carcere.

Il film comunque non è tra i più riusciti del genere, a causa di una narrazione un po’ troppo pesante sia perché molto diluita nella lunga durata della pellicola (più di 100 minuti), sia perché spesso eccessivamente intricata (tra colpi di scena, fatti narrati e nuovi personaggi). Anche la fotografia, eccessivamente scura e piuttosto statica, non aiuta; sopra la media invece i dialoghi, come spesso avviene in pellicole di questo genere. In definitiva, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica è da consigliare a tutti gli amanti del cinema impegnato, ed in particolar modo di quel filone a metà tra crimine, poliziesco e dramma (colorito da ampie tinte politiche) che fece la fortuna di numerosi – e coraggiosi – registi italiani negli anni settanta.


Video:

Trailer tedesco del film.


Valutazione: 65/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

L’istruttoria è chiusa: dimentichi (1971)

Perché si uccide un magistrato (1974)

Io ho paura (1977)


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