“Il nascondiglio” (2007)


Nel 2007, dopo nove anni da L’arcano incantatore, Pupi Avati con Il nascondiglio torna a dire la sua nel genere thriller-horror, cercando di rinverdire i fasti del passato (La casa dalle finestre che ridono, 1976 e Zeder, 1983). Il risultato è molto buono, con varie citazioni del cinema di genere anni settanta e ottanta (Lucio Fulci, ma anche e soprattutto le sue stesse opere precedenti) al punto che Il nascondiglio si potrebbe senza problemi definire come uno dei migliori thriller italiani degli ultimi dieci (se non addirittura venti) anni.


Trama:

2 dicembre 1957: a Devenport, una cittadina dello Iowa, una grande villa isolata denominata Snakes Hall durante una tormenta di neve, è sconvolta da un terribile delitto. Mezzo secolo dopo in quella grande casa giunge una donna di origini italiane (Laura Morante), intenzionata ad aprire un ristorante italiano. Quest’ultima è appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito, accusato da una lettera anonima di violenze su due minorenni.

Non appena mette piede nell’edificio, i fantasmi del passato tornano a tormentarla. In paese la gente mormora strane storie sulla casa, riferendosi ovviamente all’antico delitto che si consumò tra le sue mura. Indagando, la protagonista scopre che vennero uccise tre donne e che le due giovani novizie che erano con loro non furono mai ritrovate, così come l’arma del delitto. La donna, sempre più in bilico tra ragione e follia, cerca di fare chiarezza sui fatti oscuri accaduti tra quelle mura, ma ottiene dagli abitanti del luogo solo porte in faccia.

Gli unici che le danno retta sono un vecchio ed ambiguo spasimante che lavora per l’agenzia immobiliare (Burt Young), una donna attempata ossessionata anch’essa con i mistero di Snakes Hall (Rita Tushingham), un generoso prete (Treat Williams) e una giovane avvocatessa Yvonne Sciò). Ma tra le mura della villa accadono cose strane: la donna sente ancora le voci ed è convinta che siano quelle di Egle e Ljuba, le due novizie accusate del massacro, in realtà scomparse per sempre da quella notte. Inizialmente la protagonista crede di sentire le loro voci dall’aldilà, poi scopre che nella casa c’è una fitta rete di condotti e ne apre tutte le grate scardinando la tappezzeria. Dentro una di esse trova un piede umano atrofizzato.

Dopo varie minacce ricevute dal paese, tra cui l’esumazione improvvisa del corpo del marito defunto, scoprirà l’amara verità: il processo venne chiuso frettolosamente per alcuni interessi che aveva il sacerdote del paese (Treat Williams), il quale si macchiò anche di uno dei tre delitti. Le altre due vittime furono davvero uccise da Egle e Ljuba. Il sacerdote in ogni caso costringe la donna al silenzio, svelandole di aver scoperto la verità sul marito della medesima: fu lei stessa, gelosa, ad accusarlo tramite la lettera anonima e a spingerlo al suicidio.

Rientrando nella villa, la donna trova la giovane amica avvocatessa ferita mortalmente e si rende conto che una delle due assassine, Liuba, è ancora viva e, orribilmente invecchiata, vive da anni nei condotti nella casa; la sua compagna Egle invece è morta e i suoi resti vengono portati in giro da Liuba dentro un sacco. Liuba, dopo aver ferito gravemente l’avvocatessa, si lancia contro il figlio di questa e la protagonista, ma entrambi riescono ad uscire dalla villa maledetta e a rifugiarsi tra le braccia degli agenti che nel frattempo sono giunti sul luogo. Un messaggio finale ci dirà che la casa l’anno seguente fu demolita, ma delle due vecchie assassine non fu trovata la minima traccia.


Commento:

Quarta incursione in altrettanti decenni per Pupi Avati nel genere thriller-horror e viene spontaneo dire che decisamente non ha perso la mano. Si nota subito che Avati è un regista navigato nel genere, tanto è vero che mette di fila una serie di situazioni classiche del filone italiano anni settanta-ottanta: il delitto misterioso avvenuto molti anni prima e mai risolto (Profondo rosso di Dario Argento, 1975 – tanto per dirne uno), la donna che si reca in una cittadina sperduta per rifarsi una vita (E tu vivrai nel terrore… L’aldilà di Lucio Fulci, 1980), l’avvertimento di voci e presenze all’interno della villa e la successiva indagine sul passato della magione (Quella villa accanto al cimitero di Lucio Fulci, 1981), l’ostilità degli abitanti del villaggio.

Inoltre lo spettatore più navigato col genere può riconoscere dei piccoli particolari che portano alla memoria alcuni memorabili film di quelle decadi: le due dita mancanti di uno dei personaggi della vicenda (Lo squartatore di New York di Lucio Fulci, 1982), le strane voci delle presenze nella villa (che ricordano quella del killer del film appena nominato), l’importanza nella trama delle intercapedini (Inferno di Dario Argento, 1980), la filastrocca finale che chiude il film (autocitazione di L’arcano incantatore) e ancora il ruolo ambiguo di preti e vecchi (La casa dalle finestre che ridonoL’arcano incantatore).

Avati è molto abile a realizzare un film che si pone a metà tra il classico horror-thriller e il thriller psicologico. Il finale aperto lascia allo spettatore il beneficio del dubbio: le due assassine vivevano veramente ancora nella villa o la loro presenza veniva semplicemente captata dalla mente malata della protagonista, distrutta dai sensi di colpa per aver spinto il marito al suicidio? Durante la prima parte del film sembra che siamo di fronte ad un thriller psicologico, poi l’ipotesi dell’effettiva presenza delle redivive assassine prende forma e si protrae con forza fino alla fine… ma infine il messaggio finale sembra condurre nuovamente lo spettatore sui passi iniziali. La genialità del film probabilmente sta soprattutto in questa scelta azzeccata.

Per il resto il film presenta delle ottime scene quando la protagonista si trova all’interno della villa, mentre arranca un po’ quando questa gira le strade del paese in cerca di testimonianze: le indagini non appaiono sempre puntali e precise e spesso lo spettatore rischia di perdere il filo. Ma le solite suggestioni provinciali di Avati (presenti in tutti i suoi precedenti film del genere, anche se qui il raggio d’azione si sposta dalla campagna romagnola alla provincia americana) e gli interni cupi e polverosi (altro marchio di fabbrica del regista) compensano ampiamente i piccoli buchi nella trama.

A livello di cast personalmente ritengo che non ci si possa lamentare più di tanto: la stessa Laura Morante, spesso criticata, a mio parere svolge bene il suo ruolo sebbene talvolta ecceda nell’espressione alienata/paranoica tipica del personaggio che deve interpretare. Da segnalare, oltre agli attori già nominati nel plot, la presenza nel cast di Giovanni Lombardo Radice che comparì nei decenni precedenti in molti b-movie italiani di genere horror. Punti a favore anche per la fotografia suggestiva e per la sempre magnifica colonna sonora di Riz Ortolani, che stavolta si diletta con gli archi.


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 77/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Inferno (1980)

La casa dalle finestre che ridono (1976)

L’arcano incantatore (1996)


Lascia un commento

Archiviato in drama, horror, mystery, psychological thriller, thriller

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...