“Zeder” (1983)


Zeder (conosciuto all’estero come Revenge of the Dead) è un film del 1983 diretto da Pupi Avati, sua seconda incursione nel genere horror (qui puro e duro) dopo il riuscitissimo La casa dalle finestre che ridono (1976). Zeder è uno zombie-movie atipico e si può considerare uno dei migliori horror italiani degli anni ottanta. Ambientato come tutti i film horror del regista nella provincia emilana-romagnola, il film è uno splendido esempio di horror nostrano anni ottanta: una perla preziosa di quelle nelle quali purtroppo al giorno d’oggi è pressoché impossibile imbattersi. Fece scalpore per aver anticipato Pet Sematary (romanzo del 1984, film del 1989) di Stephen King in diversi punti focali della trama.


Trama:

A Bologna Stefano (Gabriele Lavia), un giovane scrittore di romanzi, riceve in regalo dalla moglie Alessandra (Anne Canovas), per il loro anniversario, una macchina da scrivere usata, comprata all’asta. Vedendo che si inceppa, ne smonta il nastro e scopre che su di esso sono state scritte cose a dir poco singolari. Consultando il professor Chesi (John Stacy), suo docente, Stefano collega il nastro ad uno scrittore dell’ottocento, il misterioso filosofo e occultista svizzero Paulo Zeder, il quale aveva teorizzato l’esistenza sulla Terra di alcuni “terreni k” in cui il corpo di una persona defunta non cessa mai realmente di vivere e ritorna periodicamente in vita; Il “terreno k” era legato ad una teoria che notava come alcune necropoli fossero ampiamente estese rispetto alle città e, quindi, ciò aveva portato a teorizzare che le proprietà chimiche di alcuni terreni fossero in grado di resuscitare i morti che erano seppelliti.

Si scopre che almeno mezzo secolo prima uno scienziato, il prof. Meyer (Cesare Barbetti), aveva indagato sul misterioso “terreno k” e l’esperimento era costato la gamba alla figlia Gabriella (Paola Tanziani). Meyer, ancora oggi, pratica i suoi sinistri esperimenti e, saputo del ritrovamento del nastro scritto da Zeder, se ne vuole impossessare a tutti i costi. Le indagini di Stefano intanto lo portano a mettersi in contatto con il parroco don Luigi Costa, proprietario della macchina da scrivere. Stefano innanzitutto si reca a casa di don Luigi Costa e qui trova un figuro (Ferdinando Orlandi) che, spacciandosi per il prete, requisisce i nastri. Stefano però, andando alla parrocchia, scopre da don Mario (Also Sassi) che Luigi Costa è morto da tempo e colui che ha incontrato deve essere senza dubbio un impostore con fini poco nobili.

Le indagini portano Stefano in una colonia estiva della riviera romagnola dove don Luigi Costa era solito trascorrere l’estate. Intanto scopre che la sua ricerca si intreccia con la presenza di un gruppo di scienziati francesi che sembrano essere arrivati alle stesse conclusioni. Stefano alloggia ad una piccola stazione di servizio con la fidanzata Alessandra ed intanto spia i movimenti in una struttura che i francesi stanno costruendo poco lontano dalla necropoli del luogo. Grazie al benzinaio della stazione di servizio, Stefano scopre un passaggio segreto per accedere alla struttura degli scienziati francesi.

Alla fine si scoprirà che tutti (Don Mario, il prof. Chesi e anche il dott. Melis, medico di fiducia di Alessandra) sono d’accordo con Meyer nel compimento degli esperimenti, e che essi, seppellendo don Luigi Costa in tale luogo che si rivela essere un “terreno k”, lo riportano in vita periodicamente. Lo stesso Stefano avrà un incontro ravvicinato con il non-morto ed invierà Alessandra ad avvertire il dott. Melis (Marcello Tusco) e il prof. Chesi di quanto sta accadendo. Ma i due, d’accordo con Meyer, la uccidono e fanno trovare a Stefano il cadavere. Stefano, impazzito dal dolore, la sotterra nel “terreno k” e le permette di ritornare in vita ma questa, una volta risvegliata, morde e uccide il suo fidanzato.


Commento:

Inserito nel pregevole filone zombie italiano degli anni ottanta, Zeder si caratterizza per la sua atipicità che lo contraddistingue sensibilmente dalla quasi totalità di pellicole che trattano di morti viventi. Al contrario per esempio dei film zombieschi di Lucio Fulci (E tu vivrai nel terrore… L’Aldilà, Paura nella città dei morti viventi, Zombi 2), il secondo lavoro horror di Pupi Avati presenta una trama non derivativa da quella classica per così dire à la Romero (Night of the Living Dead, 1968, e seguenti), non concentrando l’attenzione su scene quali attacchi degli zombie, orde di zombie avanzanti e via dicendo ma badando soprattutto all’intreccio narrativo.

Quest’ultimo, pur essendo in molti punti poco verosimile e con qualche buco narrativo, è complesso e curato nei minimi collegamenti, da considerare in tutto e per tutto come un gioco di scatole cinesi: ogniqualvolta Stefano nella sua indagine scopre qualcosa di importante, immediatamente viene condotto da ciò su un’altra ulteriore pista, fino a che non giunge quasi inaspettatamente alla verità finale. Il soggetto e la sceneggiatura guadagnano dunque in Zeder un’importanza cruciale, che non si era mai vista prima in un film di zombie di Romero né in uno di Fulci (l’unico film di questi che in qualche modo ha dei punti di contatto con Zeder può essere considerato Quella villa accanto al cimitero, anch’esso atipico rispetto al modello romeriano).

Pupi Avati così facendo riesce ad ottenere un aumento costante e progressivo della tensione, che scena dopo scena attanaglia lo spettatore puntando su teorie cospirative e scene claustrofobiche (per lo più quelle girate negli interni, vedi per es. quella in cui Stefano rimane chiuso dentro in una delle tombe del cimitero o quelle in cui il protagonista esplora la struttura costruita dai francesi). L’elemento splatter, a differenza di quasi tutti i film horror italiani degli anni ottanta e alla grande maggioranza delle pellicole del filone zombie, è pressoché assente in quasi tutto il film, dal momento che Avati concentra tutte le scene violenze e sanguinose praticamente nella coda della pellicola (eccezion fatta per l’uccisione di una ragazza nella prima parte del film).

Come al suo solito (La casa dalle finestre che ridono, ma anche i suoi horror seguenti) Avati colloca la vicenda nella Pianura Padana, ed esattamente in quella provincia prima emiliana (Bologna) e poi romagnola (Rimini e dintorni) a lui cara. Zeder e gli altri suoi lavori nell’ambito del thriller-horror sono spesso descritti con la singolare etichetta di “horror padani”, per la peculiare particolarità che nessun altro regista al di fuori di Avati abbia localizzato le sue narrazioni orrorifiche in questa particolare zona, attribuendo (questa la cosa più importante) enorme importanza alla caratterizzazione dei personaggi, alla parlata e alle location del luogo.

Ne va da sé che le location in cui il film è ambientato (lo splendido appartamento bolognese di Stefano e Alessandra, l’università in cui Stefano studia, la casa di don Luigi Costa e quella della sorella cieca, la sagrestia di don Mario e Don Emidio, il lungomare brulicante di turisti della riviera romagnola, la sperduta stazione di servizio e la vicina necropoli) hanno un ruolo primario all’interno della vicenda, distinguendo Zeder dalla moltitudine di film horror stranieri (e anche da molti nostrani) del periodo, mettendo sotto i riflettori degli aspetti tipici della regione emiliana-romagnola.

Anche qui come nel suo horror del 1976 e nei suoi successivi, Avati concentra l’attenzione dello spettatore sulla figura ambigua del prete: don Luigi Costa oltretutto è uno “spretato”, così come pure il Monsignore nel suo successivo L’arcano incantatore (1996). In Zeder inoltre Avati pone sotto una luce oscura anche le cosiddette “caste” di professionisti, presentando allo spettatore via via una serie di figure (lo scienziato, il professore universitario, il medico) che alla fine della storia si riveleranno tutte parte integrante del complotto in atto (questa critica della upper class ricorda in qualche modo il film di Corrado Farina Hanno cambiato faccia del 1971, e ad un attento sguardo anche l’immagine di Luigi Costa zombificato potrebbe ricordare a molti quella del mitico Giovanni Nosferatu).

Nell’ambito dei personaggi, oltre al solito Gabriele Lavia che i fans di Dario Argento ricorderanno con affetto, è interessante notare il contrasto di caratteri tra il medesimo e la sua fidanzata Alessandra (interpretata da un’esordiente Anne Canovas), lui metadibondo paranoico e risoluto, lei spensierata e vivace. La coppia ha un ruolo centrale nella narrazione, apparendo in moltissime scene clou del film e indirizzando con i propri dialoghi (o meglio, con quelli di Stefano) lo spettatore verso il fulcro della vicenda. Sono comunque ottimamente caratterizzate anche tutte le macchiette con cui Avati circonda i due personaggi principali, personaggi per così dire tipici della zona emiliano-romagnola.

Il film è valorizzato inoltre da un’ottima fotografia, che spesso avvicina Zeder quasi al fumetto horror (da lì a qualche anno sarebbe uscito nelle edicole il primo numero di Dylan Dog, sicuramente influenzato tra l’altro dal film in questione di Avati) e dal sempre egregio lavoro di Riz Ortolani alla colonna sonora. Come commento definitivo, mi sento di consigliare Zeder a tutti gli amanti del genere horror italiano e non, in quanto oltre ad essere una delle pellicole più belle e più importanti del filone zombiesco degli anni ottanta è da considerarsi come uno di quei pezzi rari di cinema dell’orrore che purtroppo non ritorneranno mai più.


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 86/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Night of the Living Dead (1968)

Pet Sematary (1989)

La casa dalle finestre che ridono (1976)

Paura nella città dei morti viventi (1980)

Quella villa accanto al cimitero (1981)

Dellamorte Dellamore (1994)


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