“Cani arrabbiati” (1974)


Cani arrabbiati (Rabid Dogs nell’edizione straniera) è l’unico thriller vero e proprio (senza contaminazioni con il giallo o con l’horror) girato in tutta la carriera da Mario Bava che, come si sa, è famoso per la sua filmografia prettamente horror. Girato nel 1973 e finito nel 1974, il film non venne mai distribuito a causa del fallimento della casa di produzione; venne riportato alla luce solo nel 1995 grazie a Lea Krueger, attrice del film, che ne curò la prima edizione in dvd. Il film ha molte versioni, ognuna con finali diversi. In Italia la versione definitiva è stata trasmessa nel 2004 da Sky, con il titolo Semaforo rosso. E’ considerato il film più duro e nichilista di Bava, nonché probabilmente anche il suo capolavoro.


Trama:

Quattro banditi mascherati rapinano un portavalori di una casa farmaceutica contenente tutti gli stipendi dei dipendenti e uccidono due guardie. Anche uno dei loro perde la vita. I tre rimasti – il capo e la mente della banda, chiamato “Dottore” (Maurice Poli), il nevrotico “Bisturi” (Don Backy), chiamato così per la sua abilità con le armi da taglio, ed il nerboruto e strafottente “Trentadue” (George Eastman), così soprannominato per la grandezza dei suoi attributi – prendono in ostaggio due donne. Siccome la polizia temporeggia e non vuole scendere a compromessi coi banditi, Bisturi ne sgozza una, quindi i tre fuggono insieme a Maria (Lea Krueger), l’altro ostaggio.

I tre banditi salgono su un’auto ferma ad un semaforo, guidata un signore distinto, Riccardo (Riccardo Cucciolla), che porta con sé un bambino che sta dormendo. Riccardo dice che è suo figlio, e che lo sta portando in ospedale perché deve essere sottoposto ad una delicata operazione. I banditi non si lasciano impietosire e costringono Riccardo a prendere l’autostrada e ad uscire dalla città. Durante una sosta Maria, fingendo di dover urinare, tenta la fuga attraverso i campi. Bisturi e Trentadue la raggiungono e la costringono ad urinare davanti a loro, umiliandola e sbeffeggiandola per poi riportarla di peso nell’abitacolo.

Tornati in auto, Trentadue mostra a Maria il motivo del suo soprannome, quindi, ubriaco di whiskey, la violenta sul sedile posteriore. Il “Dottore”, nervoso ed esasperato, dopo aver ripreso Trentadue ed essere stato preso per il collo da quest’ultimo, gli spara mentre attraversano una galleria. Bisturi, grande amico di Trentadue, inizia ad agitarsi e accusa il dottore di aver agito d’impulso, ma questi si giustifica dicendo che non c’era altra scelta.

Durante una sosta a un distributore i banditi si imbattono in una donna ignara (Maria Fabbri), in cerca di un passaggio, che sale di prepotenza sull’auto. La donna è molto loquace, e nota che dentro la macchina c’è un clima nervoso ed infine si accorge, a causa di uno scossone dell’auto, che Trentadue sta perdendo sangue ed è in fin di vita; così Bisturi la sgozza. I due malviventi decidono allora di disfarsi dei cadaveri abbandonandoli in un campo. Ma Trentadue è ancora vivo; il Dottore ordina a Bisturi di finirlo, ordine che questi eseguisce tra le lacrime.

L’auto arriva infine davanti a un casolare, dove è pronta un’altra auto per la fuga dei banditi. Il Dottore e Bisturi rendono noto agli ostaggi di essere arrivati a destinazione e manifestano l’intenzione di farli fuori, ma Riccardo estrae da sotto la coperta nella quale è avvolto il bambino una pistola e uccide i banditi. Anche Maria viene uccisa durante la sparatoria, intercettando un colpo destinato a Riccardo. Riccardo prende i soldi dei banditi, quindi raggiunge una cabina e telefona. Dall’altra parte risponde la madre del bambino, alla quale Riccardo chiede tre miliardi di lire per il riscatto, se questa desidera averlo ancora vivo. Nell’ultima inquadratura Riccardo apre il bagagliaio della macchina, dove giace il bambino, presumibilmente morto.


Commento:

Cani arrabbiati parte come uno dei tanti poliziotteschi dell’epoca (e infatti presenta non pochi parallelismi con Milano odia: la polizia non può sparare, film dello stesso anno di Umberto Lenzi), con la classica rapina ad un portavalori da parte di un manipolo di banditi mascherati e con conseguente sparatoria ed inseguimento in macchina. Incipit a cento all’ora, dunque, ma ancora legato ai cliché del genere che maggiormente andava (insieme al giallo) in quegli anni. Dopo pochi minuti, Bava comincia a fare sul serio: uno dei banditi, in preda alla nevrosi, sgozza senza apparente motivo un ostaggio di fronte ad alcuni agenti di polizia impietriti. Sarà l’inizio di un aberrante vortice di violenza, sporcizia e morte in mezzo al quale Bava trascinerà lo spettatore per tutti i novanta minuti.

Il film prosegue infatti come un allucinante road-movie (circa il 90% della pellicola è girata in una macchina): l’abitacolo nel quale i banditi irrompono cercando la fuga, dando ordini ad un distinto signore di città che porta con sé un bambino malato ed umiliando una giovane ragazza che hanno preso come ostaggio, diventa un claustrofobico microcosmo di lamiere intriso di sangue, sudore e sporcizia. Il viaggio verso una meta indeterminata diventa così un vero e proprio viaggio all’inferno, in cui ognuno dei tre banditi dà il peggio di sé.

Le personalità dei membri della banda sono delineate da Bava in modo eccellente: c’è il Dottore, la mente del gruppo abituato a comandare tutti, Bisturi, un pazzo schizofrenico dall’uso facile del coltello, e Trentadue, un maniaco sessuale stupido e depravato. I tre attori che li interpretano sono a loro modo tutti perfetti nel proprio ruolo: Maurice Poli (in precedenza con Bava in 5 bambole per la luna d’agosto, 1970) conferisce al dottore le maniere di un criminale distinto e raffinato, mai esagitato né troppo violento verso i malcapitati ostaggi.

Don Backy alias Aldo Caponi, già criminale in Banditi a Milano di Carlo Lizzani (1968) tratteggia al meglio la schizofrenia del suo personaggio, con espressioni invasate e scatti d’ira improvvisi; il gigante George Eastman (divenuto poi famoso al pubblico horror grazie alla memorabile interpretazione del cannibale pazzo in Antropophagus di Joe D’Amato del 1980) è perfetto nel ruolo di Trentadue, forse addirittura tanto da meritarsi la palma di migliore attore del film.

Anche gli ostaggi della situazione, interpretati da Lea Kruger (che appare molto convincente nelle sue reazioni nervose agli abusi e alle angherie di Trentadue e Bisturi) e Riccardo Cucciolla (noto per le sua presenza in numerosi political-thriller di quegli anni, tra cui è bene ricordare soprattutto Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo del 1971, al fianco di Gian Maria Volonté) contribuiscono a creare la giusta atmosfera sulla quale Bava puntava ovviamente molto. In Cani arrabbiati infatti è proprio la tensione, e ancora di più la creazione di un’atmosfera generale di perversione ed aberrazione, il primo interesse di Bava, che tralascia per una volta mirabolanti effetti di luce ed effetti speciali che avevano fatto la sua fortuna nel genere horror.

Ciò non vuol dire che la fotografia appaia sminuita rispetto agli altri suoi lavori: tutta la sua genialità dietro la macchina da presa è ovviamente presente, al punto che Bava, presentandoci riprese dentro l’abitacolo da tutte le angolazioni possibili e primissimi piani indulgenti su una qualche caratteristica, nonché grandangoli della desolata e arida autostrada Roma-Civitavecchia, pone lo spettatore proprio al centro della vicenda, tirandolo in ballo quasi come se lui stesso fosse uno degli ostaggi rapiti dai banditi. Qualche incertezza di montaggio nella primissima parte del film non intacca il giudizio.

Cani arrabbiati è uno dei pochi film non-horror girati dal Maestro, ma è indispensabile sottolineare come la sua cupezza ed il nichilismo che permea tutta la pellicola lo rende in tutto e per tutto un film dell’orrore umano, spesso più spaventoso di vampiri e fantasmi. Il film contiene scene molto più dure di decine e decine di scene splatter/gore, quali l’improvviso omicidio della ragazza bionda presa come ostaggio o quello dell’autostoppista, ma ancora di più la sequenza in cui Trentadue e Bisturi umiliano Maria costringendola ad urinare stando in piedi davanti a loro, tra le sue lacrime e le loro risate. Il beffardo finale dell’opera, poi, è la cosiddetta ciliegina sulla torta nonché il vero culmine ideologico del film, esprimendo al massimo la concezione pessimistica di Bava nella natura umana (in questo senso Cani arrabbiati funge un po’ da continuazione di Reazione a catena, del 1971).

Non mancano anche dialoghi e momenti più ironici, ma la tensione non cessa di essere presente nemmeno in questi casi (ad es. quando Trentadue conia per Maria il soprannome di “Greta Garbo” e canta “Emozioni” di Lucio Battisti, oppure quando all’autogrill abborda un’amica “tettona” di Riccardo, quando l’autostoppista ignara sale in macchina ed attacca a parlare a macchinetta in mezzo al silenzio generale, o ancora quando Bisturi assetato ruba un grappolo d’uva da un vigneto facendosi cogliere in flagrante dal proprietario dello stesso per poi decantare la superiorità dell’uva di campagna). Grazie al ritmo forsennato del film, dotato di grande agilità e di continui colpi di scena, lo spettatore entra subito nel vivo della vicenda e si lascia trasportare come in un turbine di aberrazioni fino all’ultimo minuto della pellicola. I dialoghi stessi, sebbene piuttosto teatrali e a volte un po’ ripetitivi, appaiono comunque perfetti a delineare le varie personalità dei rapitori.

C’è anche del tragico, anche dove non te lo aspetti: la lenta agonia di Trentadue, finito da un colpo di pistola sparato in piena fronte dal suo amico Bisturi, è un momento drammatico di grande cinema (al contrario di quelle scene che – per volontà del regista- devono apparire per forza melodrammatiche senza un vero e proprio motivo): una di quelle sequenze che è davvero raro trovare in film di questo genere. L’uccisione di Trentadue ironicamente è molto più toccante degli omicidi della prima vittima e dell’autostoppista, nonostante queste ultime siano vere e proprie vittime sacrificali mentre Trentadue sia un criminale.

A rendere il tutto perfetto ci pensa poi la colonna sonora di un grandissimo Stelvio Cipriani, qui probabilmente al suo zenit (tra gli altri suoi lavori ricordiamo le colonne sonore di The Lickerish Quartet, Reazione a catena, oltre a quella di La polizia chiede aiuto e di numerosi altri poliziotteschi). Cani arrabbiati è a mio parere il vero e proprio capolavoro dell’opera baviana, nonchè uno dei migliori thriller italiani di sempre e una delle pellicole più nichiliste del cinema di genere italiano (probabilmente paragonabile solo a Milano odia: la polizia non può sparare e a Lo squartatore di New York di Lucio Fulci, 1982). Consigliatissimo per tutti gli amanti di Mario Bava e del cinema thrilling e pulp (Quentin Tarantino da qui e da La Mala ordina di Fernando Di Leo – 1972 – sarà capace di trarne una filmografia).


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 91/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Banditi a Milano (1968)

Reservoir Dogs (1992)

Reazione a catena (1971)

Milano odia: la polizia non può sparare (1974)


1 Commento

Archiviato in crime, drama, poliziottesco, road, thriller

Una risposta a ““Cani arrabbiati” (1974)

  1. Maurizio

    agghiacciante, strepitoso, emozioni a non finire dall’inizio alla fine!

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