“Oedipus Orca” (1977)




Oedipus Orca è un film di Eriprando Visconti, nipote del ben più noto Luchino, uscito nel 1977. E’ il seguito di La Orca, suo film dell’anno precedente: laddove esso terminava con la liberazione di Alice, precedentemente sequestrata da una banda di giovani criminali, Oedipus Orca narra la ricongiunzione della ragazza alla sua famiglia dopo il ritorno a casa.


Trama:

Sequestrata da una banda di calabresi e tenuta prigioniera in un cascinale sotto la custodia del giovane Michele Turrisi, la diciottenne Alice, figlia di ricchi borghesi di Pavia, ha sedotto il suo carceriere, che s’era innamorato di lei, poi, nel momento in cui la polizia irrompeva nel cascinale, l’ha ucciso: la responsabilità dell’omicidio se l’è assunta un commissario comprensivo. Scossa dalla terribile esperienza, la ragazza, tornata a casa dai suoi, non ritrova la serenità di cui ha bisogno: non riesce a dargliela la madre, né il fidanzato e tantomeno il padre, verso il quale Alice è così risentita per il suo rifiuto di pagare il riscatto chiesto dai rapitori, da domandarsi se debba davvero a lui il fatto d’essere al mondo. Sempre più convinta che egli non sia suo padre, ne ha quasi la certezza quando, frugando nella soffitta della villa di campagna in cui si è trasferita, scopre che sua madre, durante una separazione di mesi dal marito, ebbe un amante, lo scrittore e fotografo Lucio Garbi. Le manca, però, la prova definitiva: Alice la cerca, durante una visita dello scrittore alla villa, offrendosi a lui. L’uomo rifiuta e torna a Torino. La ragazza lo insegue e, finalmente, Lucio cede. Al risveglio, non se la trova più accanto: le corre dietro, ma un lastrone di vetro, sfuggito dalle mani di alcuni operai, gli cade addosso e lo uccide.


Commento:

Oedipus Orca ha sperimentato negli anni una fama bifronte: parzialmente apprezzato all’uscita dai critici e dagli addetti ai lavori, che lo reputarono un film di un certo spessore intellettuale anche se privo di un’adeguata veste artistica, venne in seguito criticato pesantemente dagli spettatori e dai critici più facilmente impressionabili, che lo giudicarono eccessivamente estremo (sia in termini di contenuti che, soprattutto, di immagini) nello scagliarsi contro la moralità della classe borghese italiana di fine anni Settanta e nel trattare in modo così spinto un’argomento tanto delicato come il complesso di Elettra (l’equivalente femminile del complesso di Edipo, erroneamente nominato nel titolo). A causa di questa sua fama di pellicola controversa, il film di Visconti junior è purtroppo caduto quasi nel dimenticatoio con il passare degli anni, spesso ridotto a gioiellino di nicchia per i weird-seekers e dall’altra parte ghettizzato e deriso dal pubblico medio.

In effetti fin dal punto di vista contenutistico Oedipus Orca non scende a compromessi con il pubblico meno aperto di mente. Laddove nel precedente La Orca la protagonista Alice veniva seviziata e umiliata da un gruppo di balordi, qui nonostante il suo rientro in famiglia (e quindi nella cosiddetta società civile) la situazione per lei non è più serena: il passaggio non è visto come una liberazione e un ritorno al mondo civile, bensì come il trasferimento da una prigione ad un’altra che, sebbene dorata, nasconde le sue contraddizioni e le sue vergogne dietro un (neanche troppo) labile velo di ipocrisia e dietro tante bugie e silenzi. E così Visconti ci mostra come Alice, invece che ricongiungersi serenamente ai genitori, li respinga in quanto colpevoli (il padre di non essere il suo vero padre e di aver rifiutato di pagare il riscatto ai rapitori, la madre di avere avuto un amante e di non averle mai detto che proprio esso è il suo vero padre), arrivando addirittura a simulare nella villa familiare le situazioni umilianti in cui si era trovata nel casolare durante il sequestro, provandone un insano godimento.

Di fronte all’ipocrisia e alle bugie dei suoi cosiddetti “cari” (i genitori, l’insipido fidanzato interpretato da un giovanissimo Miguel Bosé), Alice si rende conto che la sua vita è una finzione e di conseguenza si aggrappa alla cosa più reale che possiede: il ricordo di amore, sesso e morte del giovane rapitore con il quale aveva stretto un morboso rapporto sentimentale durante il sequestro. Ciò è evidente anche e soprattutto nella scena in cui Alice, dopo essersi fatta accompagnare dal fidanzatino nel casolare degli orrori, e dopo averlo rifiutato e allontanato, perde ogni inibizione prima masturbandosi e poi abbracciando la sagoma in gesso sul pavimento, punto nel quale il suo aguzzino cadde morto sotto i suoi colpi di pistola alla fine de La Orca. L’elemento sessuale-amoroso e l’anelito alla morte si congiungono ancora maggiormente quando Alice ha modo di conoscere colui che anni prima fu l’amante della madre e con tutta probabilità pure il suo vero padre: Lucio infatti è un fotografo che ama ritrarre solo “cose inanimate e cose morte” (la mummia della monaca nella chiesetta di campagna), ed è in particolar modo noto nella cerchia familiare per alcune sue foto degli affreschi di Pompei, con una particolare attenzione a quelli a carattere (neanche a dirlo) sessuale: falli di dimensioni enormi, satiri e figure paniche, scene di sesso tra conviviali.

Così Alice manifesta la sua nuova (vera?) natura: non più di vittima impotente in balia di rapitori balordi e genitori ipocriti, ma elemento di caos e distruzione panica (“la orca”, appunto), che attraverso la seduzione e il gusto per la provocazione sessuale (e non) porta alla follia chiunque le stia intorno. Dopo aver umiliato i genitori rendendo loro note le sue scoperte sulla sua vera nascita e dopo aver continuamente respinto il fidanzatino, Alice concentra le sue perverse attenzioni proprio su Lucio, amico dei genitori nonché suo padre biologico. Dopo averlo provocato sedotto e amato, Alice esce dalla sua vita esattamente come vi si era introdotta, come una scheggia impazzita, provocando così la sua pazzia e la sua morte. Il comportamento di Alice nei confronti di chi la circonda – e in particolar modo nei confronti di Lucio – non si può spiegare razionalmente: essa agisce unicamente per portare disordine nella vita altrui, probabilmente a causa di un singolare meccanismo scaturito nella sua mente in seguito al rapimento, che la porta a pensare che tutti quanti siano colpevoli di ciò che le è accaduto (tranne, paraddosalmente, il giovane rapitore per il quale durante la prigionia aveva sviluppato la sindrome di Stoccolma).

Anche dal punto visivo, come detto sopra, Oedipus Orca è estremamente controverso: passano solo pochi minuti e subito la bellissima lolita tedesca Rena Niehaus (che anche in questo film come nel precedente ruba inevitabilmente la scena a tutti, sia per la sua figura sia per una recitazione eccellente) concede le sue nudità al pubblico mentre si fa il bagno. Tutto il film si regge poi sulle sue scene di nudo (in una delle quali compare addirittura nuda la sorellina, e questo effettivamente si poteva evitare) e di sesso (la masturbazione nel casolare degli orrori, il rapporto sessuale con il fidanzato sotto gli occhi di un atterrito Lucio e infine quello con Lucio medesimo). Sulla famigerata scena del mattatoio (che pure ha un suo senso all’interno del film) è poi meglio tacere del tutto. Ma, nonostante le critiche dei soliti benpensanti si vadano ad aggiungere ad un ritmo non sempre calzante e a non poche cadute di stile nella recitazione e nei dialoghi, Oedipus Orca alla fin fine risulta un film d’impatto, molto coraggioso e tutto sommato ben realizzato, anche (e soprattutto) proprio in quelle scene che il pubblico medio definisce vergognose. D’altra parte, come disse qualcuno, “chi non può aprire la propria mente, non potrà mai capire”.


Video:
Lo sceneggiatore Roberto Gandus parla del film.


Valutazione: 78/100


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