“A doppia faccia” (1969)


“Ok, (…), abbiamo trovato i colpevoli. Pero’… se non l’avessero fatto loro sono certo che l’avresti ammazzata tu”

A doppia faccia (conosciuto all’estero come Double Face o Liz et Helen), uscito nel 1969, è il primo film giallo diretto da Riccardo Freda (qui con lo pseudonimo di Robert Hampton); seguirà il meno riuscito L’iguana dalla lingua di fuoco (1971). Si tratta di uno dei film meglio realizzati del filone giallo di fine anni sessanta, nel quale si incastra perfettamente in quanto presenta tutte le situazioni tipiche del caso (una morte improvvisa, un’eredità in ballo, un protagonista che rischia di impazzire a causa di alcuni accadimenti inspiegabili, losche relazioni amorose tra i personaggi).


Trama:

Unica azionista di una grande industria, Helen (Margaret Lee) il cui matrimonio con John Alexander (Klaus Kinski) è in crisi per i rapporti che la legano alla segretaria Liz (Annabella Incontrera), muore nella sua auto per lo scoppio di un ordigno postovi da mano ignota. La causa ufficiale della morte è l’incidente, ma la polizia apre una inchiesta anche perché, per una clausola del testamento l’unico erede è il marito e non il padre di Helen che lavora nella stessa azienda. Alcune conoscenze casuali e strane coincidenze fanno pensare che la colpa sia di John il quale, per le macchinazioni di qualche persona è portato a credere che la moglie sia ancora viva.


Commento:

Partendo dall’idea di Vertigo (Alfred Hitchcock, 1958) e ispirandosi al romanzo The face in the night di Edgar Wallace, Riccardo Freda imposta il primo dei suoi film gialli sulla misteriosa e improvvisa morte di una giovane e bella donna, moglie di un industriale tanto facoltoso quanto infedele, e sul suo susseguente apparente ritorno. Curiosamente nello stesso anno uscì anche Una sull’altra di Lucio Fulci, anch’esso pesantemente debitore del capolavoro del maestro del giallo americano; tra l’altro lo stesso Fulci aiutò Freda nella stesura dello script per la pellicola in questione. Sebbene realizzato in modo meno certosino e accurato rispetto alla coeva pellicola di Fulci, A doppia faccia si rende molto interessante allo spettatore innanzitutto per la presenza nei panni del protagonista di un pezzo grosso come il tedesco Klaus Kinski (successivamente anche nell’imbarazzante La bestia uccide a sangue freddo, Fernando Di Leo, 1971), che qui a differenza della maggior parte dei film che lo resero famoso in tutto il mondo (si legga: i film di Werner Herzog) fa la parte della vittima, pur non risparmiandosi momenti più classici (come quando spacca una bottiglia e minaccia una donna indifesa).

Un’altra caratteristica che rende il film meritevole è la location in cui si svolge, vale a dire una torbida ma contemporaneamente scoppiettante Londra o per meglio dire – così come veniva chiamata negli anni sessanta – Swingin’ London. E allora Kinski, fresco del lutto della moglie scomparsa in un improvviso incidente, si ritrova a vagare tra motel di bassa lega nella zona dei docks e cantine dismesse in cui i giovani freaks locali organizzano feste psichedeliche e proiettano film porno. Proprio in una pellicola hard, praticamente per caso, il protagonista assiste ad una scena di sesso lesbico tra una ragazza appena c0nosciuta (la disinibita Christine, interpretata da Christiane Kruger) e una donna velata, denominata misteriosamente “la contessa”, nella quale a causa di alcuni piccoli particolari (l’anello, una cicatrice sul collo) riconosce la persona della propria moglie defunta pochi giorni prima. Da questo momento in poi la vicenda assume agli occhi del protagonista gli estremi di un bad trip allucinogeno, in cui la realtà si mescola in modo apparentemente improbabile e insensato alla follia più assoluta, rischiando di compromettere la sua già debole salute mentale.

Freda realizza un giallo veramente pregevole, che – messi da parte i trucchi e le truculenze delle pellicole horror che lo resero celebre al pubblico di genere – si concentra sulla mente del protagonista e sugli accadimenti che vive sulla propria pelle, continuando a martellare nella mente dello spettatore l’interrogativo “Helen è veramente morta?” ancora prima del canonico “Chi ha provato a uccidere Helen?”. E’ proprio per questo che il film, sebbene piuttosto lento ma non privo di ripetuti colpi di scena, segue uno sviluppo coerente ed intrigante, non annoiando praticamente mai, e non risolvendosi – a differenza di molti titoli del genere di quegli anni, compreso anche il successivo giallo del regista – nella mera rivelazione finale dell’assassino. Freda riesce a prendere spunto dal giallo classico (Hitchcock) e a realizzare un piccolo gioiello della wave nostrana contaminandolo con i cliché che caratterizzavano le prime pellicole gialle nostrane: in primis una grossa eredità in ballo e una situazione incredibile in cui si trova il protagonista, il tutto condito da tresche amorose più o meno chiare (perché no, anche lesbiche) e da piccoli particolari che spesso aleggiano in queste pellicole (un anello, una cicatrice, un accendino che collegano una persona ad un luogo; una musica ricorrente che suona improvvisamente su un giradischi – come in Il dolce corpo di Deborah, di Romolo Guerrieri, 1968).

Degna di nota tra le altre anche la scena in cui un Kinski ormai allo stremo delle forze e sull’orlo di un tracollo nervoso passa da un bar all’altro di Londra a ingollare un whiskey dopo l’altro, fino a che non gli giunge una telefonata ormai insperata. Ben congegnato anche il finale, che prima inganna lo spettatore per ben due volte per poi rivelargli tutt’a un tratto come sono andate realmente le cose; l’unica nota negativa della conclusione è la reazione dei veri responsabili alla scoperta della loro colpevolezza da parte del commissario, piuttosto irreale e teatrale. Buona la fotografia di Gabor Pogany, che sebbene molto scura proprio per questo si adatta alla pesante atmosfera di mistero, paranoia e perversione che pervade tutta la pellicola. Discreta la componente erotica, con parecchi seni nudi e qualche scena di sesso tra cui quella in videotape proiettata durante lo psych-party. Uno dei pochi lati negativi del film è la ridicola messa in scena (con modellini telecomandati) dell’incidente tra la macchina e il treno.

Per quanto riguarda gli attori, sorvolando sul sempre ottimo Klaus Kinski – che con la sua impetuosa espressività tiene gli occhi dello spettatore incollati al televisore per tutta la durata del film -, si segnala nel cast anche il cammeo della perturbante Barbara Nelli che balla a seno nudo durante il festino psichedelico in cui il protagonista finisce. Azzeccata anche la colonna sonora di Nora Orlandi, che compone le musiche e canta il ridondante motivetto che aleggia in innumerevoli scene del film  (“non dirmi una bugia, non voglio creder più, il gioco è ormai finito, lo vedi hai vinto tu/esco dalla tua vita, così come vuoi tu, finita è la partita, non giocherò mai più/dimmi la veritàà, ormai non m’ami più, lo dicon gli occhi tuoi, lo devi dire tu“).


Video:

Trailer del film.


Valutazione: 75/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Vertigo (1958)

Il dolce corpo di Deborah (1968)

Orgasmo (1968)

La coda dello scorpione (1971)

Lo strano vizio della signora Wardh (1971)

Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972)

Col cuore in gola (1967)

Una sull’altra (1969)

Così dolce… così perversa (1969)

Paranoia (1970)


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