“L’iguana dalla lingua di fuoco” (1971)


L’uso del vetriolo si addice più a una donna o a un uomo di colore

L’iguana dalla lingua di fuoco (conosciuto all’estero come The Iguana with the Tongue of Fire) è un film di Riccardo Freda – che qui usa lo pseudonimo di Willy Pareto – uscito nel 1971. Secondo giallo del regista dopo A doppia faccia (1969), ispirato al romanzo di Richard Mann A room without door, si lega tuttavia al precedente filone krimi tedesco pur presentando negli omicidi un’esasperazione della violenza che in quegli anni si iniziava a rinvenire nei thriller di Dario Argento. Non è comunque uno dei titoli di punta della filmografia di Freda.


Trama:

A Dublino, la polizia è in allarme per una serie di misteriosi quanto feroci delitti. L’ispettore Lawrence, impossibilitato a seguire una pista che conduca all’interno di un’ambasciata – protetta, come tale dall’immunità diplomatica – decide di ricorrere alla collaborazione di John Norton (Luigi Pistilli), ex ispettore di polizia radiato dai ranghi per un episodio di violenza ai danni di un pregiudicato. Messosi immediatamente in azione, Norton riesce ad allacciare una relazione con Helen, figliastra dell’ambasciatore Sobiesky, cosa che gli consente di indagare da vicino sulla vita del diplomatico, dei suoi familiari e delle persone che frequenta. Nuove vittime vengono nel frattempo ad allungare la catena dei misteriosi delitti, finché Norton riuscirà a concludere le sue indagini, individuando il feroce assassino.


Commento:

L’iguana dalla lingua di fuoco (il titolo deriva da una frase pronunciata dal commissario di turno per descrivere l’identikit dell’assassino, un killer che si mimetizza all’interno della società presentandosi come persona assolutamente normale e perfettamente inserita in essa) è la risposta di Riccardo Freda, storico regista italiano tra l’altro precursore del genere horror nostrano (I Vampiri, 1956), al nascente filone thriller che vedeva come nome di punta il giovane Dario Argento, resosi famoso pochi mesi prima grazie al geniale L’uccello dalle piume di cristallo (1970). Freda è un regista molto abile e questo si può notare da come decifra in un battibaleno il sentiero che il filone giallo sta assumendo nei primi anni settanta e di conseguenza si adatta alle nuove tendenze: gli omicidi si fanno più cruenti (in questo caso le armi del killer sono vetriolo e lama di rasoio, e quindi lo spettatore voglioso di splatter potrà saziarsi di volti deturpati dall’acido e di gole tagliate di netto come nella migliore tradizione) e il movente dell’assassino si scoprirà alla fine essere di carattere psicologico.

L’assassino, citando il precursore Sei donne per l’assassino di Mario Bava (1964) e rimanendo in linea con il nascente cinema argentiano, presenta un outfit classico, con cappello, impermeabili, guanti di pelle e occhiali da sole (che peraltro tutti i personaggi del film sembrano possedere in un modello pressoché simile). Tra le scene più originali, si segnala quella in cui a Luigi Pistilli (rigorosamente con maglione a collo alto anni settanta) – un investigatore estromesso dalla polizia per aver condotto al suicidio un detenuto esasperato dai suoi metodi violenti – viene ricucito un taglio sulla nuca. In una scena appare anche il regista stesso, che si concede dunque un cammeo hitchcockiano. Le scene erotiche appaiono molto ridotte nella versione finale della pellicola, ma si vocifera che originariamente occupavano una porzione ben più consistente e che furono tagliate da una censura troppo perbenista.

Interessante è soprattutto la scoperta, che giunge solo a pochi minuti dalla fine del film, dell’assassino: non un personaggio (magari insospettabile) che fino a quel momento aveva calcato le scene per tutta la durata della pellicola, ma un personaggio minore, quasi invisibile, nascosto abilmente dal regista per novanta minuti di pellicola proprio come un’iguana che si mimetizza all’interno di una società ipocrita che vive solo di apparenze (il suo movente è freudiano, di origine psicosessuale). All’ultimo respiro poi un altro colpo di scena: il primo omicidio in realtà non è stato realizzato dal medesimo esecutore dei successivi ma da qualcun altro, stavolta per eludere un ricatto (movente più tipico dei gialli di fine sixties). Ciò detto, non si possono comunque tralasciare i lati negativi della pellicola, che non sono roba di poco conto.

La trama appare goffa, scombinata e spesso paradossale, si susseguono fatti inspiegabili che in nessun modo il reale assassino avrebbe potuto mettere in atto (il gatto della madre di Norton ucciso e riposto nel frigo di casa, per esempio). I personaggi usano spesso e volentieri frasi ambigue quasi a voler insinuare la propria colpevolezza (“Tu non sai di cosa sono capace“, “L’assassino è un professionista… come me!“), alcune battute cascano persino nel ridicolo (si veda la citazione d’apertura). La sceneggiatura appare spesso grossolana e frettolosa, l’interpretazione degli attori non di rado svogliata (persino Pistilli che è uno dei pochi che si salva appare fin troppo calmo per i suoi standard). La fotografia è troppo buia. Alcune scene piuttosto riuscite ci sono (un cadavere trovato su un letto di fiori, il traumatico flashback del detective Norton, la scena in cui la Lassander fugge dall’assassino gettandosi nel fiume) ma in generale si respira un’atmosfera troppo lenta e sovente noiosa. Avrebbe potuto essere un buon film, e invece supera a malapena la sufficienza. Da sottolineare comunque una velata critica sociale verso la classe borghese, attraverso l’analisi morbosa delle pulsioni e degli scheletri nell’armadio che nasconde la famiglia dell’ambasciatore, vero e proprio microcosmo deviato all’interno di una Dublino tranquillissima. Discreta la colonna sonora di Stelvio Cipriani.


Video:
Trailer tedesco del film.


Valutazione: 63/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Sei donne per l’assassino (1964)

Nude… si muore (1968)

La bestia uccide a sangue freddo (1971)

Casa d’appuntamento (1972)


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