“Un posto ideale per uccidere” (1971)


Tieni presente che proprio i cattolici hanno il gusto del peccato

Un posto ideale per uccidere (all’estero conosciuto come An ideal place for a murder) è un film del 1971, diretto da Umberto Lenzi. Si inserisce sia nel filone cinematografico italiano della controcultura sessantottina (i due giovani e sventurati protagonisti sono due hippies danesi) sia nel filone giallo/thriller all’italiana, riuscendo a coniugare in modo piuttosto efficace (sebbene talvolta in maniera poco credibile e dozzinale) critica sociale e suspence.


Trama:

Ingrid (Ornella Muti) e Dick (Ray Lovelock) sono due giovani hippies danesi, giunti in vacanza in Italia con l’intenzione di pagarsi il viaggio vendendo materiale pornografico, tra cui alcune foto sexy della procace ragazza. Dopo essere stati bacchettati dalla polizia per questo loro business, costretti a fuggire in autostrada a causa di un malinteso, i due arrivati in Toscana finiscono la benzina e trovano ospitalità presso la lussuosa villa di una signora americana (Irene Papas), moglie di un colonnello della NATO. Quest’ultima, inizialmente diffidente nei loro confronti, presto offre loro vitto alloggio e bevute (e pure sesso al ragazzo). Ma la sua gentilezza nasconde un losco piano, ordito con freddezza: incolpare i due giovani dell’uccisione di suo marito, che lei stessa ha freddato poco prima a colpi di pistola per poi nasconderne il cadavere nel bagagliaio dell’auto. Quando i due ragazzi rinvengono il cadavere e capiscono il suo piano la immobilizzano e cercano di scappare, ma la polizia – avvisata tempestivamente dalla donna – è già sulle loro tracce. Durante l’inseguimento finale, la macchina con a bordo i due ragazzi finisce fuori strada causando la loro morte e la vera responsabile dell’omicidio la passa franca.


Commento:

Interessante film di Umberto Lenzi che tuttavia il regista disconosce. Lenzi avrebbe voluto “qualcosa di simile a Easy Rider” (Dennis Hopper, 1968), ma i produttori lo costrinsero a virare sul solito giallo che all’epoca garantiva più incassi e a lasciar perdere l’argomento tabù droghe (che il regista voleva trattare), che vennero così sostituite dal materiale pornografico che i due protagonisti vendono agli allupatissimi italiani. Un posto ideale per uccidere in realtà è un giallo atipico, in cui per vedere un cadavere bisogna aspettare oltre metà pellicola e in cui non viene mostrato nemmeno un omicidio (se non giusto in un flashback). Curiosamente Lenzi anticipa le tematiche che resero noto il regista americano grazie alla sua prima pellicola, The Last House on the Left (1972), in cui si pone un confronto tra giovani figli della controcultura e genitori borghesi, sottintendendo che proprio questi ultimi vadano a costituire la peggiore tra le due categorie. Lenzi, oltre ad anticipare queste riflessioni critiche di carattere socio-politico, si spinge addirittura oltre, attribuendo ai giovani solo peccati veniali (la creazione e la vendita di materiale pornografico) e lasciando alla classe borghese i crimini peggiori (l’omicidio).

Si può notare inoltre come in tutto il film gli adulti (la polizia, i ristoratori, il benzinaio) nutrano pregiudizi infondati sui giovani, in particolare sui due protagonisti che non a caso sono pure stranieri. Proprio a causa di questi pregiudizi Ingrid e Dick si troveranno costretti a fuggire dalla giustizia senza aver commesso alcun crimine reale, mentre l’aguzzina di turno (una faraonica Irene Papas che passa senza problemi da donna indifesa a milf caliente a fredda assassina) riesce a farla franca proprio in virtù del suo status symbol. Trattando questi temi, Un posto ideale per uccidere anticipa anche L’ultimo treno della notte (1975) di Aldo Lado, film successivo di qualche anno ma decisamente più riuscito. Invece nella pellicola di Lenzi non tutto funziona: la prima metà del film, volta a mostrare e difendere gli ideali della generazione flower, si rivela in fin dei conti troppo dilatata e poco funzionale all’economia thriller del film. Inoltre il film, reggendosi unicamente sul colpo di scena del ritrovamento del cadavere nel bagagliaio della macchina della Papas, può risultare a molti spettatori lento e privo di particolare suspance.

In ogni caso è interessante il lavoro svolto da Lenzi, che in linea di massima tiene bene le redini della regia e – pur non creando un prodotto memorabile – crea e dirige situazioni non disprezzabili, innaffiando il tutto qua e là – per la gioia dei produttori – con un pizzico di erotismo (ma il seno nudo dell’allora 15enne Ornella Muti è in realtà della controfigura Antonia Sintilli). I tre attori principali riescono comunque a interpretare bene la loro parte, in particolar modo la Papas (che indossa pure orecchini falliformi) ma anche i due giovani attori, che riescono a rendere bene il loro essere un po’ sbarazzini/trasgressivi e un po’ candidamente ingenui. Da sottolineare la presenza nel cast di un certo Antonio Mellino, in arte “Agostino O’Pazz”, il quale, negli anni ’70, era salito agli onori della cronaca per le sue rocambolesche imprese contro la polizia e i carabinieri, fatti oggetto di sberleffi e ridicolizzati dal fatto che si faceva inseguire per tutta la città di Napoli, a velocità pazzesche (per l’epoca) e senza la possibilità di acciuffarlo.


Video:
Opening credits.


Valutazione: 66/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

The Last House on the Left (1972)

L’ultimo treno della notte (1975)


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