“Il profumo della signora in nero” (1974)


“In un Paese delle Meraviglie essi giacciono,
Sognando mentre i giorni passano,
Sognando mentre le estati muoiono;
Eternamente scivolando lungo la corrente
indugiando nell’aureo bagliore…
Che cos’è la vita se non un sogno?”

Il profumo della signora in  nero (conosciuto all’estero con il titolo The Perfume of the Lady in Black) è il primo film di Francesco Barilli, scritto con Massimo D’Avak ed uscito nel 1974. Pesantemente influenzato dal cinema visionario di Roman Polanski (Repulsion ma soprattutto Rosemary’s Baby), il film si inserisce nel filone dell’horror/thriller all’italiana, e precisamente nel sotto-genere del thriller cospirazionistico (La corta notte delle bambole di vetro – Aldo Lado, 1971, Tutti i colori del buio – Sergio Martino, 1972).


Trama:

Silvia Hacherman (Mimsy Farmer) ascolta impressionata, in compagnia del fidanzato Roberto (Maurizio Bonuglia), il nero Andy (Jho Jhenkins) parlare con convinzione di magia nera in una serata tra amici. Roberto è un po’ seccato perché Silvia, dedita al lavoro, lo trascura. Quando, il giorno dopo, Silvia va a trovarlo per fare la pace, vede, riflessa in uno specchio, una donna seduta che la guarda e si dà il profumo. Tempo dopo, vede la mamma (che è morta) fare l’amore con un uomo (Orazio Orlando) che quando la vede le si avvicina, suscitandole un orribile ricordo d’infanzia. Anche una seduta spiritica, in cui è coinvolta quasi contro voglia, la mette in agitazione, e Silvia si sente sempre più in balia di una catena di (non) eventi indefinitamente sinistri. In modo quasi asettico, raggelato, ma efficace, Barilli costruisce intorno alla sua protagonista – una luminosa e tormentata Mimsy Farmer all’apice del suo fascino – un clima oscuro di minaccia e di cospirazione che la avvolge in spire sempre più strette senza lasciarle la possibilità di capire la natura del mistero che le sta riportando alla luce ricordi e ossessioni infantili legati anche alla sua irrisolta sessualità.


Commento:

Pur avendo dato alla luce solo due pellicole thriller (oltre a questa, la successiva Pensione Paura del 1978), il contributo di Francesco Barilli al cinema di paura nostrano è immenso. Negli anni in cui Dario Argento dettava legge a centottanta gradi, facendo proliferare pellicole su pellicole con titoli animaleschi e serial killer in impermeabile, guanti di pelle e cappello, Barilli per il suo primo lungometraggio si ispirò ad un tipo di cinema ben diverso, quello oniricamente inquietante e visionario di Roman Polanski (ed – ironia della sorta – ispirò almeno in parte le seguenti produzioni sia dell’uno – Suspiria, Inferno – che dell’altro – Le Locataire) e di Robert Altman (Images, 1972).

Rosemary’s Baby (film eccezionale che due anni prima aveva ispirato anche Tutti i colori del buio di Sergio Martino) è senza dubbio la principale ispirazione dell’opera prima di Barilli, e ciò si capisce facilmente sia dalla location in cui la vicenda si svolge (una Roma estiva ma desolata, come sospesa nel tempo, ricca di appartamenti lussuosi e dai colori sgargianti – soprattutto a questo si limita l’influenza di Argento) sia dalla scelta della protagonista, una splendida e diafana Mimsy Farmer (precedentemente in Quattro mosche di velluto grigio, Dario Argento, 1971) che interpreta esattamente lo stesso ruolo che fu di Mia Farrow nel capolavoro di Polanski.

E’ innegabile l’influenza che la Farrow ebbe sulla Farmer per la recitazione di questo film: ella, calandosi nei panni della fragile e paranoica Silvia, sfoggia una prestazione di prima classe, colorando ogni suo gesto di un’inquietudine palpabile ed esibendosi in comportamenti ed espressioni facciali che, minuto dopo minuto, denotano la sua lenta quanto inesorabile discesa negli abissi della follia. Barilli si ispirò certamente anche ad un’altra pellicola di Polanski: l’inclinazione paranoica e la fragilità della protagonista, oltre ad una frustrazione sessuale derivante da un trauma infantile (la morte misteriosa della madre, la quale si intratteneva sotto i suoi occhi con un amante) sono infatti una citazione di Repulsion (1965) – gli scarafaggi che fuoriescono dalla tomba della madre hanno la stessa valenza delle mosche che divorano il coniglio marcio nel film di Polanski.

Curiosamente il film di Barilli ha molte analogie in comune anche con una terza pellicola del regista polacco, vale a dire Le Locataire, che però uscì solo due anni dopo (l’atmosfera tesa e sinistra all’interno del condominio, l’ambiguità di tutti i condomini e i conoscenti della protagonista, la paranoia sempre crescente che poi sfocia nella follia definitiva della vittima sacrificale; e, volendo, anche particolari e sequenze più definiti, come il momento in cui Silvia sempre più fuori di sé indossa l’abito che fu di sua madre – come Polanski in Le Locataire indossa quello che fu della precedente inquilina – le riprese fotografiche deformate dallo spioncino dalla porta e i visi dei personaggi che circondano la protagonista, più simili a maschere che a facce realmente umane).

Spesso accusato da una certa parte della critica di essere un film troppo auto-indulgente, criptico ed incoerente, in realtà la comprensione de Il profumo della signora in nero si risolve quasi tutto in una frase che viene detta dopo dieci minuti di pellicola da uno dei personaggi che circondano Silvia, un tale sociologo africano che afferma che “Laggiù nel nostro paese esistono ancora alcune sette che ogni anno scelgono delle vittime a loro insaputa. Con fatture terribili e pratiche demoniache li portano alla follia…e alla morte. E’ una sfida alla morte, all’occulto, alle tenebre e la vittima morirà con un antico sacrificio. Occorre tempo… e pazienza… per entrare in un cervello. E’ una prova di forza mentale dell’uomo contro la sua debolezza”.

Vittima di un sortilegio di magia nera da parte di coloro che la circondano (il sociologo africano, il marito, i vicini di casa, l’ex amante della madre defunta e via dicendo) Silvia cade passo dopo passo in un incubo senza fine, immersa in un clima onirico e surreale da bad trip allucinogeno in cui la quotidianità si mischia ai ricordi infantili (la bambina che le appare continuamente in realtà altri non è che lei da piccola; l’ossessione per Alice nel paese delle meraviglie di Carroll – che la porta a inscenare un macabro tea-party in cui gli invitati sono unicamente cadaveri) e a traumi di natura psicosessuale.

Il ritmo lento e l’atmosfera rarefatta che aleggia per tutto il film aiuta tantissimo Il profumo della signora in nero a colpire nel segno, tanto è vero che si tratta a mio parere di uno dei piccoli capolavori del cinema di paura nostrano degli anni settanta. Tra le scene che vale la pena menzionare, sicuramente ci sono quella in cui Silvia in un negozio scrive con una grafia chiaramente infantile l’indirizzo della casa in cui viveva da bambina, quella in cui la stessa viene stuprata dall’ex amante della madre defunta e – ovviamente – la sequenza conclusiva, una delle più agghiaccianti e macabre della storia del cinema (parzialmente influenzata dal finale di La corta notte delle bambole di vetro e che ispirerà pesantemente Society di Brian Yuzna del 1989); il sacrificio di Silvia, consumato nei sotterranei della città nel silenzio più assoluto, lontano da sguardi indiscreti e con una voracità impressionante è uno di quei momenti di cinema horror destinati a rimanere per sempre negli occhi dello spettatore (anche grazie alla mpd di Mario Masini che lentamente si allontana dalla scena principale per piombare infine nel buio più assoluto).

Oltre alla splendida fotografia di Masini e alla magnifica colonna sonora di Nicola Piovani (un mezzo ripoff di quella di Krysztof Komeda per Rosemary’s Baby, che però risulta innegabilmente funzionale alla vicenda) l’ottimo risultato finale dipende anche dalla cura per i particolari: da sottolineare in special modo l’ossessione del regista per gli specchi, che compaiono praticamente in ogni scena del film (probabilmente ciò si riallaccia con l’ossessione di Silvia per Alice). Tra gli attori, oltre alla già nominata Mimsy Farmer, è da sottolineare soprattutto il contributo di Mario Scaccia nei panni dell’ambiguo vicino di casa fissato con gli ippopotami che nutre i propri gatti con frattaglie umane e quello di una giovanissima Lara Wendel (poi anche in Maladolescenza, Pier Giuseppe Murgia, 1977). Un’altro personaggio da menzionare è quello della sensitiva cieca, preso in prestito da Don’t look now (Nicolas Roeg, 1973) e poi ripresa da Argento nel suo capolavoro, Profondo Rosso, uscito l’anno successivo.


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 81/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Repulsion (1965)

Rosemary’s Baby (1968)

Images (1972)

Don’t look now (1973)

Le Locataire (1976)

Suspiria (1977)

Inferno (1980)

Society (1989)

La corta notte delle bambole di vetro (1971)

Tutti i colori del buio (1972)


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