“Pensione Paura” (1978)


“Dove sarai tu adesso? Il cielo è grande e io lo guardo sempre, ma non ti vedo mai…” 

Pensione Paura è un film di Francesco Barilli, uscito nel 1978.


Trama:

In un luogo imprecisato dell’Italia nelle vicinanze di un lago, alcune persone soggiornano nella “Pensione delle Sirene”, gestita dalla signora Marta con l’aiuto della figlia Rosa (Leonora Fani). La ragazzetta, pur sapendo che la madre tiene nascosto in soffitta un amante, attende il ritorno del padre aviatore in guerra, e coltiva una semplice amicizia con Guido, il nipote del parroco. Ma nella pensione c’è anche Rodolfo (Luc Merenda), un personaggio ambiguo e violento, che convive con una donna matura dei cui gioielli vuole impadronirsi e, nel frattempo insidia Rosa. Un giorno, cadendo dalle scale, muore Marta e la ragazza viene aggredita e violentata da Rodolfo con la cooperazione della megera-amante: uno sconosciuto uccide i due a colpi d’ascia. Pochi giorni dopo perviene all’alberghetto un misterioso amico del padre di Rosa, che, dopo averle rivelato il tradimento che è costato la vita di suo padre e di altri 15 combattenti, uccide il colpevole: l’amante di Marta. Anche altri personaggi, rei di avere offeso la ragazza, vengono uccisi dall’ignoto vendicatore che, tuttavia, alla fine viene a sua volta immolato da Rosa.


Commento:

Opera seconda di Francesco Barilli che dopo aver fatto il verso a Rosemary’s Baby e a Repulsion di Polanski con Il profumo della signora in nero (1974) ora tenta di ricreare le atmosfere cupe e malsane di Le Locataire (che comunque erano già ben presenti nel suo primo film) con questo Pensione Paura. Tanto per cominciare sostituisce il condominio parigino che nel capolavoro del regista polacco fungeva da teatro alla narrazione con una fatiscente pensione su un indefinito lago italiano (in realtà si tratta del Lago di Bracciano) – una location che ricorda La donna del lago di Bazzoni/Rossellini, 1965 – e manda indietro il tempo di una trentina d’anni (dagli anni settanta alla metà degli anni quaranta, sul finire della Seconda Guerra Mondiale), mantenendo però la stuola di personaggi ambigui e sinistri di cui Polanski aveva circondato il suo protagonista in Le Locataire.

E così Barilli circonda la bellissima protagonista Leonora Fani (una lolita perfettamente in parte, esile e diafana come lo era anche Mimsy Farmer nel ruolo di protagonista del suo primo film) di vecchi ossessionati dalla morte, gigolò con tendenze pedofile, sporcaccioni allupati, volgari ubriaconi, prostitute ninfomani, megere arricchite e preti ambigui. Sebbene la sceneggiatura appaia spesso sfilacciata e non solidissima, Barilli è molto bravo a conferire al film la sua tipica impronta pittorica – resa ancora più evidente dalle bellissime musiche di Waitzman – grazie a inquadrature estranianti, un uso molto ampio della fotografia scura (bravissimo Manozzi) e un utilizzo di luci rosse e blu à la Suspiria, che conferiscono alla pellicola una nota di colore innaturale ma d’atmosfera.

I ritmi sono dilatati e la tensione latita, ma c’è da dire che Pensione Paura si presenta innanzitutto come dramma grandguignolesco e solo in seconda battuta come thriller/horror: ben venga dunque la scelta di Barilli di lavorare maggiormente sui dialoghi e sui rapporti morbosi tra i personaggi (o meglio: tra tutti i clienti della pensione e la giovanissima Rosa) piuttosto che su colpi di scena e suspance; senza dimenticare che ad ogni modo Barilli ci regala anche qualche momento orrorifico degno di nota: come ad esempio lo stupro di Rosa ordito da un palestratissimo Luc Merenda (qui senza il ciuffone biondo che ne fece un’icona nel genere poliziottesco, ma con capelli neri imbrillantinati all’indietro e baffetti) e dalla sua attempata amante; oppure come l’uccisione di questi ultimi da parte di un misterioso vendicatore in impermeabile e cappello (probabilmente l’unica strizzata d’occhio al filone giallo) e la conseguente occultazione dei cadaveri nelle cantine della pensione da parte di un’invasata Leonora Fani.

Degna di menzione anche la scena onirica, quasi felliniana, con Rosa che sogna i suoi ospiti nel gazebo sulle rive del lago. Quindi, anche se la pellicola – che, come riconosce lo stesso Barilli, è nata tra mille incomprensioni col produttore – spesso non si capisce dove voglia andare a parare, riesce comunque ad essere interessante grazie ad un impianto scenico a metà tra Argento e Polanski (ma molte atmosfere ricordano soprattutto Salò di Pasolini e l’ambientazione rurale è tipica del migliore Avati) e grazie all’atmosfera malsana che il regista ricrea mettendo a nudo la psiche (e non solo quella…) della giovane Rosa assediata da ogni parte da maniaci e pedofili; poco importa che Barilli non riesca a denunciare al meglio gli orrori della guerra o il bieco maschilismo che imperava nella società fascista di quegli anni.

Il finale, arrivato come un fulmine a ciel sereno, conferisce nuova linfa alla pellicola: lo spettatore più attento può notare come la lentezza della narrazione, come così ne Il profumo della signora in nero, anche qui è propedeutica al delinearsi nella mente della protagonista di un’ombra scura, che trae nutrimento dai piccoli drammi quotidiani (la guerra, sebbene lasciata off scene, e le pulsioni sessuali che minuto dopo minuto assediano l’innocenza pura della protagonista) per poi sfociare nella follia definitiva (psico-sessuale – così com’era quella di Mimsy Farmer ne Il profumo) che – si scoprirà solo alla fine – ha la sua scintilla originatrice nell’amore edipico di Rosa per un padre ormai miticizzato (e a quanto pare, morto da tempo). Da brividi la sequenza finale in cui Rosa, dopo essersi disfata dei cadaveri di tutti i clienti della pensione, chiude tutte le finestre della medesima e si rintana nell’oscurità delle sue stanze solitarie, mentre in sottofondo la sua voce legge l’ultima, disperata e folle lettera d’amore al padre.


Video:

Trailer del film.


Valutazione: 74/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Repulsion (1965)

Salò (1975)

Le Locataire (1976)

Suspiria (1977)

Il profumo della signora in nero (1974)

Le orme (1975)


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