“Svezia: Inferno e Paradiso” (1968)


“La Grotta del Sesso, che è una specie di pornoteca nazionale, con tanto di bibbliotecario, e migliaia di libri e pubblicazioni proibite, in tutte le lingue del mondo, per uomini e donne, si capisce, perché in Svezia il sesso, come la legge, è uguale per tutti”

Svezia: Inferno e Paradiso (conosciuto all’estero come Sweden: Heaven and Hell) è un film/documentario di genere mondo-movie del 1968, diretto da Luigi Scattini e liberamente ispirato al libro di Enrico Altavilla dell’anno precedente. Il commento italiano al film è letto da Enrico Maria Salerno, nella versione inglese da Edmund Purdom.


Trama:

Un viaggio,  un’inchiesta, una radiografia della Svezia negli anni sessanta. Un confronto con un Paese in cui tutto sembrava perfetto, dall’assistenza sanitaria all’onestà del fisco, dal benessere economico all’ emancipazione femminile. Ma era davvero un Paradiso come appariva agli occhi degli italiani? Oppure, questo senso di solitudine  e noia che spingeva le minorenni ad avere rapporti precoci e i giovani a rifugiarsi nelle droghe o nel suicidio lo rendevano un Inferno?


Commento:

Nel 1968, nel bel mezzo degli anni della controcultura giovanile e della tendenza del flower power, vi era soprattutto un paese in Europa che veniva guardato con ammirazione dai giovani idealisti nostrani, costretti a vivere in mezzo al finto perbenismo e al bigottismo della classe dominante borghese: quel paese era la Svezia. Il paese scandinavo era noto per essere all’avanguardia praticamente su tutto: educazione sessuale, libertà di espressione, stampa libera, non demonizzazione delle droghe leggere, riconoscimento dei diritti degli omosessuali e via dicendo. La domanda sorge spontanea: come è venuto in mente al torinese Luigi Scattini, già autore nel 1963 del mondo-movie Sexy Magico, di dedicare la sua nuova opera del genere proprio alla Svezia, con l’obiettivo di demolire i motivi per cui era positivamente apprezzata in tutto il mondo?

Lo spettatore, dopo la visione del documentario in questione, non può davvero sottrarsi all’interrogativo, dal momento che sebbene il titolo reciti “Inferno e Paradiso” pare che Scattini voglia sottolineare solamente i lati negativi del paese scandinavo. E ciò ci potrebbe anche stare se mettesse sulla pellicola situazioni reali e oggettive invece di vere e proprie baggianate che non possono far altro che far storcere il naso (o nel migliore dei casi far morire dal ridere) lo spettatore. Per fare qualche esempio, Scattini illustra l’educazione sessuale scolastica svedese per poi mostrare allo spettatore come le ragazzine, in seguito alle prime esperienze, “pensano di essere felici, perché pensano di aver conosciuto l’amore e invece hanno conosciuto solo il sesso”. Ci mostra poi come una ragazza non può girare in periferia da sola senza essere stuprata da una gang di motociclisti (cosa probabilmente assai più probabile nell’Italia degli anni di piombo).

Ancora: vediamo come ciò che dovrebbe essere visto positivamente come un club aperto alle lesbiche venga invece dipinto come un luogo di perdizione per anime perdute che non hanno più niente da chiedere alla vita (ma perché poi?). Ci viene mostrato come una ragazza che invoca l’aiuto del “telefono amico”, trovando la linea occupata, dalla disperazione si suicidi gettandosi da un ponte (completamente nonsense). Inoltre vediamo come le ragazze svedesi non sono più interessate al maschio latino ma preferiscono farsi “predare” da branchi di giovani africani (pure un velo di razzismo nel commento?). O come i genitori siano ridotte a mere larve di fronte alla libertà che lo Stato concede ai figli, al punto che quando questi se ne vanno di casa esse rimangono a morire in solitudine come se fossero in un “cimitero degli elefanti” (Scattini sovente tenta la carta del patetico, risultando invece lui stesso patetico per il commento che propone).

Anche la giustizia svedese viene messa alla berlina: chi sorprende un ladro che sta scassinando la sua auto, se prova a reagire viene arrestato dalla polizia mentre il delinquente potrà continuare indisturbato il suo “lavoretto” (tutto ciò sempre detto da chi viveva in Italia durante uno dei periodi in cui la criminalità era allo zenit)! Le vigilesse sono delle specie di stronze insensibili che infliggono multe ingenti anche per un solo minuto di sosta vietata e poi – a fine turno – vanno a posare nude in studi fotografici pornografici! I giovani sono liberi di drogarsi quanto e come vogliono (e invece in Italia l’eroina era una sconosciuta?). Ne va da sé che il film non fu accolto per niente bene in Svezia: trasmesso dalla televisione nazionale quasi per sbaglio, ed in seguito pesantemente tagliato perchè molte delle persone riprese non avevano dato alcun consenso ad essere immortalate, venne sommerso da valanghe di proteste (e vorrei ben vedere!).

Il tutto è narrato sempre con un tono moralista e scandalizzato, con la voce di Enrico Maria Salerno che aggiunge puntualizzazioni gratuite e – come abbiamo già avuto modo di sottolineare – assolutamente infondate, che non possono far altro che provocare lo sdegno o l’ilarità dello spettatore con un minimo di sale in zucca. Tuttavia in certi momenti viene quasi da pensare che queste spiritosaggini e questo falso moralismo celi in realtà una vena sottile di invidia e di risentimento verso una mentalità molto più libera ed evoluta di quella italiana, che ci fanno pensare un po’ alla favole della volpe e dell’uva. Inoltre, vedendolo oggi si potrebbe anche pensare che l’intento di Scattini fosse in realtà quello di confezionare un prodotto bigotto solo all’apparenza, per usarlo come scusa per mostrare nudi femminili e per raccontare storielle pruriginose e scandalistiche al pubblico italiano (che in effetti ci cascò puntualmente, decretando degli incassi record al cinema).

In conclusione però si può tirare una somma sola: Svezia: Inferno e Paradiso è senza dubbio un film datato, involontariamente (?) comico nella sua ipocrisia bigotta, che non solo non riesce ad abbattere neanche minimamente l’immagine della cultura svedese ma che anzi ci fa vergognare che sia stato proprio un italiano a produrre un documentario tanto imbarazzante, che non fa altro che denotare l’arretratezza della mentalità italica di allora. Un consiglio personale sarebbe di vederlo togliendo del tutto il fastidiosissimo commento (perché molte immagini in ogni caso meritano, soprattutto per i gusti del pubblico maschile!), e magari sostituendolo con il cd della colonna sonora di Piero Umiliani: considerata una delle migliori del cinema di genere degli anni sessanta-settanta, contiene tra i vari pezzi anche la famosissima Man-hà Man-hà che  verrà poi ripresa anche dai Muppets.


Video:
Scena del film.


Valutazione: 50/100


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