“Shock” (1977)


“Adesso a che gioco giochiamo?”

Shock (conosciuto all’estero con il titolo Beyond the Door) è un film del 1977, diretto da Mario Bava e scritto con la collaborazione del figlio Lamberto.


Trama:

Dora (Daria Nicolodi), il suo secondo marito Bruno (John Steiner) e Marco (David Colin Jr.), bambino figlio del primo matrimonio di lei, raggiungono la casa di campagna che già fu di Dora e Carlo prima che la stessa cadesse in profonda crisi a causa del presunto suicidio di lui. La villa, tuttavia, sembra popolata di fantasmi: Marco alterna momenti di infantilità e momenti in cui pare posseduto da uno spirito che lo induce a rifiutare il patrigno e a infierire sulla madre, Dora, nonostante i tentativi di reazione e l’amorosa assistenza di Bruno che però deve allontanarsi spesso essendo pilota, manifesta segni di squilibrio mentale sempre più frequenti. Un giorno, pressoché impazzita, la donna ricorda chiaramente quanto è accaduto: Carlo non si è suicidato in mare ma è stato ucciso da lei in un raptus dovuto alla droga. Dora uccide Bruno e viene uccisa dal figlioletto che, ormai solo, in giardino, gioca con la misteriosa presenza del padre.


Commento:

Shock è un film horror che si inserisce nel sottogenere delle case infestate (o meglio dei bambini posseduti), nonostante la presenza di elementi tipicamente thriller come il ricordo cancellato dell’omicidio dell’ex marito da parte della protagonista. Pur presentando un’impianto grafico e di sceneggiatura tipicamente italiano (soprattutto Lucio Fulci negli anni seguenti lo prenderà come ispirazione per pellicole come Quella villa accanto al cimitero), Shock è in realtà un tipo di film horror di matrice più americana che nostrana (The Other di Robert Mulligan, 1972), anche se esistono pellicole simili realizzate anche da registi italiani (Un sussurro nel buio di Marcello Aliprandi, 1976).

Pur presentando una prima parte annacquata e pressoché priva di scene clou, che viene utilizzata dal regista solo per far crescere piano piano la tensione e per creare i presupposti per mettere in scena i fatti inspiegabili che succederanno più avanti, tutta la potenza espressiva di Shock sta nella seconda metà del film. E’ qui che Bava, tirando le conseguenze di quanto mostrato nella prima metà della pellicola, spara i suoi colpi migliori, confezionando scene – sempre più allucinate e orrorifiche – che, in un crescendo di tensione, portano la pellicola ad una conclusione logica (sempre nell’ottica del genere horror) che – sebbene non originalissima – risulta la più azzeccata se non addirittura quasi obbligata.

Da ricordare soprattutto la sequenza in cui la protagonista, osservando un disegno fatto dal figlioletto, rivive la morte dell’ex coniuge eroinomane, avvenuta in realtà per sua stessa mano; Bava in questa scena utilizza un abile montaggio di immagini distorte per mezzo di specchi d’acqua e vetri deformanti, riuscendo così a confezionare alla perfezione l’emersione dal subconscio della protagonista di un incubo allucinogeno. Un’altra scena che rimane nella mente dello spettatore è quella in cui, fissando all’altalena il volto ritagliato del nuovo amante della madre e spingendo avanti e indietro la medesima, il diabolico bambino causa una perturbazione che per poco non porta alla morte dell’uomo e di tutti i viaggiatori presenti sul suo aereo; oltre naturalmente alle sequenze finali in cui la protagonista – ormai condotta alla pazzia e in preda ai sensi di colpa – uccide anche il nuovo amante con un piccone per poi togliersi la vita con lo stesso taglierino col quale uccise il primo marito.

Bava realizza anche alcune scene “shock” che faranno poi scuola nel genere horror a partire dagli anni novanta: il riferimento è a quelle scene con cui il regista fa letteralmente saltare dalla poltrona lo spettatore, grazie all’utilizzo di un colpo di scena spaventoso improvviso (come quando la protagonista si siede nel letto accanto al figlioletto che, voltandosi, si trasforma improvvisamente nel marito defunto). La sequenza finale, con il bambino che versa il tè ad un ospite invisibile – al quale poi chiede “adesso a che gioco giochiamo?” – ricorda la scena conclusiva di Reazione a catena (1971) dello stesso Bava. Un’altra autocitazione la troviamo nella scena in cui una molla – estirpata dall’interno di una bambola con un paio di forbici dal bambino diabolico, in una sorta di rito voodoo contro la madre – rotola pian piano giù dalle scale; giunge alla mente una sequenza analoga presente in Cinque bambole per la luna d’agosto (1970), in cui alcune biglie di vetro, rotolando giù per le scale, conducevano l’occhio dello spettatore su un cadavere adagiato in una vasca da bagno, nella quale le biglie concludevano il loro percorso.

L’espediente del cadavere murato in cantina è chiaramente una citazione del racconto Il gatto nero del maestro del terrore Edgar Allan Poe, utilizzato tra l’altro anche in altri film italiani del periodo (Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Sergio Martino, 1972; Sette note in nero di Lucio Fulci, 1977). Nel cast, oltre a Daria Nicolodi (nella parte della madre, forse sua migliore prestazione nei film del periodo insieme a quella in Profondo Rosso di Dario Argento, 1975), John Steiner (l’amante della madre) e David Colin Jr. (il bambino posseduto dallo spirito del padre defunto) figura anche Ivan Rassimov in un ruolo per lui inedito, quello del medico-psichiatra della famiglia. L’ottima colonna sonora, composta da Libra, ha un ruolo decisivo nell’aumento costante della tensione.


Video:

Trailer del film.


Valutazione: 76/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

The Other (1972)

Il diavolo nel cervello (1972)

The Omen (1976)

Un sussurro nel buio (1976)


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