“Il paese del sesso selvaggio” (1972)


Il paese del sesso selvaggio (noto all’estero con i titoli Man from the Deep River e Sacrifice!) è un film diretto da Umberto Lenzi e scritto da Francesco Barilli e Massimo D’Avak (anche se l’autrice del soggetto è Emanuelle Arsan, inventrice dell’omonima eroina cinematografica del filone esotico). Uscito nel 1972, è considerato l’iniziatore del filone cannibal.


Trama:

Ricercato dalla polizia per aver ucciso casualmente un uomo nel corso di una rissa notturna, il fotoreporter inglese Bradley (Ivan Rassimov) si inoltra nelle foreste selvagge tra la Thailandia e la Birmania. Catturato da indigeni che vivono allo stato brado, assiste a feroci torture, e viene sottoposto a lavori forzati sino a che, per intervento della figlia del capo, Maraja, non ottiene una discreta libertà: ne approfitta per prepararsi alla fuga. Ma la ragazza, fidanzata ufficiale dell’aitante e bellicoso Karen, non gli nasconde il suo affetto. Bradley, nonostante una certa assuefazione allo stravagante clima del villaggio, tenta la fuga, ma viene inseguito da Karen, che si trova costretto ad affrontare e uccidere. Ricondotto al villaggio, viene deciso che sia il fidanzato ufficiale di Maraja (Me Me Lay); poi è sottoposto a un duro noviziato, che lo tempra all’amore e alla guerra. Celebrate le nozze, l’inglese si affeziona alla moglie indigena e alla sua tribù. La gestazione riesce fatale a Maraja: diviene cieca e muore dopo aver partorito. Obbedendo alla volontà della defunta, Bradley diviene il capo della tribù, e si preoccupa della ricostruzione del villaggio distrutto da cannibali.


Commento:

Sebbene si tratti in effetti più di un film d’avventura (il cannibalismo si riduce ad un unica scena), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi, uscito nel 1972, è considerato l’apripista del filone cannibal-movie, che conobbe il suo sviluppo essenzialmente dalla seconda metà degli anni settanta in poi per circa un lustro. Uscito nelle sale italiane con un titolo fuorviante per via dei desideri della produzione (che evidentemente pensavano di attirare più gente al cinema – come in effetti è avvenuto – con un titolo così hardcore), il film è in realtà un riadattamento della pellicola A Man Called Horse, uscita due anni prima, del regista statunitense Elliott Silverstein: Arsan/Barilli/D’Avak non fecero altro che sostituire il baronetto inglese protagonista della pellicola originale con un fotoreporter della stessa nazionalità e la tribù dei pellerossa Sioux con una di indigeni ubicati nella giungla tra la Thailandia e la Birmania.

Sebbene il film sia strutturato come una storia di avventura a toni drammatici (il protagonista, un fotoreporter inglese, si inoltra nella giungla thailandese e finisce nelle grinfie di una tribù locale, che prima lo riduce in schiavitù e poi gli permette di integrarsi nella comunità, fino addirittura a dargli in sposa la più bella tra le ragazze del villaggio), Il paese del sesso selvaggio definisce grande parte dei cliché del genere cannibal, che verranno ripresi grossomodo in tutte le produzioni successive relative al filone: l’ingresso avventuroso nella giungla da parte dell’uomo occidentale, il suo incontro con una tribù locale, scene reali in cui animali vengono uccisi e sezionati, scene exploitation a carattere sessuale, scene di cannibalismo, strani riti ed usanze delle popolazioni locali.

Sebbene film successivi del filone cannibal (uno su tutti Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, 1980) sono più conosciuti per le barbarie compiute ai danni degli animali, anche Il paese del sesso selvaggio mostra scene a di poco scioccanti: tra gli animali che vengono brutalmente uccisi dalla tribù di indigeni (con la scusa di rappresentare verosimilmente le loro barbare usanze) figurano una scimmia, un caimano, una capra, vari serpenti; inoltre viene mostrato allo spettatore un combattimento tra una mangusta e un cobra e uno tra due galli. Si noti come le scene dei combattimenti tra animali ricordano una delle prime sequenze del film, in cui il protagonista assiste ad un combattimento di muai-thai. Tra le scene più shock bisogna ricordare anche quella in cui la tribù rivale dei Kuru cattura, violenta, uccide e sbrana un’indigena e quella in cui un Kuru viene catturato e la sua lingua viene tagliata come punizione.

Nonostante le sequenze documentaristiche – come abbiamo visto anche molto spinte – siano molte, Il paese del sesso selvaggio è un film che si lascia vedere dallo spettatore senza troppi patemi: il livello di gore non è altissimo ed elementi horror veri e propri praticamente non ce ne sono, ragion per cui la la pellicola risulta credibile come storia drammatica d’avventura prima ancora che come exploitation per un pubblico b-movie. La decisione finale del protagonista (rimanere presso la tribù e prendersi cura di essa, rinunciando a ritornare a far parte della società civilizzata) può apparire stucchevole e buonista ma è coerente con quanto narrato durante tutta la durata del film: merito anche e soprattutto della prestazione di Ivan Rassimov, forse mai credibile nella sua carriera di attore come in questa interpretazione. L’altro nome di rilievo nel cast è ovviamente la deliziosa indigena dalla bellezza gauginiana Me Me Lay, che diventa la moglie di Bradley e poi, una volta dato alla luce il frutto del loro amore, muore drammaticamente. Le belle musiche sono di Daniele Patucchi.


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 74/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

A Man Called Horse (1970)

Ultimo mondo cannibale (1977)

Mangiati vivi! (1980)

Cannibal Ferox (1981)


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