“Cannibal Ferox” (1981)


Sono stata una stupida a cercare fuori da New York le motivazioni del cannibalismo. Proprio noi, che vantiamo una civiltà superiore, siamo i responsabili della loro ferocia.

Cannibal Ferox è un film del 1981, diretto da Umberto Lenzi. Si tratta del suo terzo contributo al filone cannibal, avendo diretto Il paese del sesso selvaggio nel 1972 e Mangiati vivi! nel 1980.


Trama:

Gloria Davis, studentessa americana, con il fratello Rudy e l’amica Pat; si reca in Amazzonia per documentarsi su alcuni casi di preteso cannibalismo. Oltrepassando insidie, cadaveri e terrori, incontrano due giovani americani, Mike e Joe, questi ferito e in preda al panico, che dicono di essere sfuggiti ai cannibali. In un villaggio abbandonato trovano un cadavere che anziché di un portoghese torturato e ucciso dagli indios risulta essere un indio che Mike ha così ridotto per derubarlo di alcuni smeraldi. Joe muore per setticemia, e gli altri vengono torturati e uccisi meno Gloria che, allo stremo, verrà salvata. A New York, dopo qualche mese, Laura riceverà solennemente la laurea in scienze antropologiche per la tesi dal titolo “Cannibalismo, fine di un mito”.


Commento:

Ultimo capitolo della trilogia cannibal lenziana. Ancora una volta Lenzi cambia l’approccio al genere: mentre con il primo capitolo Il paese del sesso selvaggio gli elementi cannibalici erano ridotti al minimo e la pellicola era per lo più un drama d’avventura e con il secondo capitolo Mangiati vivi! si tentava di unire la ferocia tipica del filone ad una vena trash e di visione più disimpegnata, Cannibal Ferox si distingue per il sadismo scioccante (e non di rado forzato), più scene splatter del solito e una critica sociale di stampo nichilista presa pari pari da Cannibal Holocaust (Ruggero Deodato, uscito l’anno precedente). C’è da dire che con questo approccio Cannibal Ferox si fece una reputazione alquanto malvagia – ma conseguentemente ottima per quanto riguarda il suo inserimento nel filone cannibal, nel quale più un film è cruento più è cultizzato – al punto da essere bannato in 31 paesi del mondo (è nel Guinness dei Primati per questo record).

Purtroppo quello che manca a Cannibal Ferox per essere all’altezza dell’ispiratore di Deodato è la componente tecnica: laddove Cannibal Holocaust poteva vantare una trama ben congegnata con sovrapposizioni di piani temporali e parallelismi tra i cannibali indigeni e i cannibali della società civilizzata, Cannibal Ferox presenta una trama lineare senza grossi colpi di scena (se non uno facilmente capibile fin dall’inizio) e la critica sociale riesce solo marginalmente. Le buone idee sembrano essere pressoché tutte prese in prestito dal capolavoro di Deodato: persino il finale con Gloria che presenta la tesi nascondendo la verità sul cannibalismo per solidarietà verso gli indigeni – sicuramente non più “bestiali” dell’uomo bianco – è in parte una citazione di Cannibal Holocaust – cambia il modus ma non il messaggio. Addirittura anche due attori (Kerman e Pirkanen) vengono direttamente dal film di Deodato.

Anche i dialoghi e la fotografia sono nettamente inferiori rispetto al film ispiratore: i primi sono banali e stucchevoli, la seconda fin troppo ferma e senza quel geniale tocco di artigianato che costituiva in Cannibal Holocaust una delle principali ragioni di plauso. Inutile dire poi che anche le musiche di Budy Maglione, seppur apprezzabili (per quanto prese in grossa parte dal precedente Mangiati vivi!), non raggiungono neanche lontanamente i picchi di genialità della colonna sonora realizzata da Riz Ortolani. Forse l’unica idea interessante che si può riconoscere a Lenzi è che la storia parte come un poliziesco metropolitano (forse il genere che il regista romano ha masticato meglio nella sua poliedrica carriera) per poi trasformarsi di colpo in un avventuroso.

Per il resto cosa rimane? Rimane una dose spropositata di sadismo e violenza, esaltata da una lunga serie di scene al limite del buon gusto (e in alcuni casi, anche ben oltre) tra cui: il pene reciso a Radice, la calotta cranica del medesimo tagliata con una sega circolare (stesso destino era capitato ad una scimmietta in Cannibal Holocaust), il seno di Pat perforato con degli uncini che in tal modo la sostengono, un cadavere sventrato con conseguente suddivisione tra gli indigeni delle più svariate frattaglie, un’occhio cavato con un coltello, una mano mozzata con una mannaia, un indigeno che mastica con gusto delle larve abnormi… senza dimenticare i soliti animali uccisi barbaramente. In più, tanto per non farci mancare niente, c’è pure l’abuso di cocaina da parte di Mike/Radice (anche qui una citazione del film di Deodato). Complessivamente tirando le somme non è male per essere un cannibalico, ma – dal punto di vista tecnico/stilistico – di Lenzi Il paese del sesso selvaggio è tutt’altra cosa.


Video:
Trailer del film.


Valutazione: 70/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

Cannibal Holocaust (1980)

Ultimo mondo cannibale (1977)

Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977)

La montagna del dio cannibale (1978)

Mangiati vivi! (1980)


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