“Quattro mosche di velluto grigio” (1971)


Quattro mosche di velluto grigio (Four Flies of Grey Velvet) è un film di Dario Argento del 1971, terzo capitolo della trilogia zoonomica in quanto segue i precedenti L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e Il gatto a nove code (1971).


Trama:

Pedinato, da parecchio tempo, da una sinistra figura, il giovane Roberto Tobias, batterista in una band, una sera affronta lo sconosciuto e, sebbene involontariamente, lo uccide. Qualcuno ha assistito alla scena, fotografandola. Da quel momento, pur non giungendogli alcuna richiesta di denaro, Roberto diviene oggetto di una silenziosa persecuzione da parte del misterioso testimone, che, oltre a disseminargli per casa le prove del suo omicidio, una sera tenta addirittura, agendo nell’ombra, di strangolarlo. Il giovane si confida con la moglie Nina, che gli consiglia inutilmente di partire. Al colloquio assiste, non vista, la cameriera, che poche ore dopo verrà sgozzata in un parco. A questo punto, è Nina ad abbandonare la casa, mentre al fianco di Roberto resta Delia, una giovane parente della moglie. Sempre più spaventato, il batterista si rivolge a un investigatore privato, che però, giunto a un passo dalla verità, viene ucciso. Quando anche Delia, mentre Roberto è assente, subisce la stessa sorte, il giovane decide di armarsi e di aspettare che l’assassino tenti di colpire anche lui.


Commento:

Terzo film – e terzo giallo – per Dario Argento. Dato il suo valor artistico e (soprattutto) storico, è incredibile pensare come per lunghi anni sia rimasto pressoché introvabile in VHS, eppure è esattamente ciò che è accaduto. Quattro mosche di velluto grigio non sarà avvincente come il primo capitolo della trilogia zoonomica (L’uccello dalle piume di cristallo, 1970), ma è senza dubbio uno dei migliori lavori del regista in quanto in pochissime pellicole come in questa riesce a dispiegare pienamente il suo genio visionario dietro la macchina da presa. Vero protagonista del film è il buio che avvolge ogni luogo: dal parco in cui viene assassinata la domestica (una citazione de Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino, 1971) alle vie di Milano/Torino in cui si muovono i personaggi, fino ovviamente allo spaziosissimo appartamento in cui vive la coppia dei protagonisti, Roberto e Nina.

Questi ultimi, interpretati da Michael Brandon e la bellissima Mimsy Farmer (in seguito ne Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli, 1974), riescono a conferire con i propri silenzi e con le proprie angosce (diverse per l’uno e per l’altra) grande suspence alla vicenda, sebbene gli omicidi siano meno cruenti rispetto a molti altri titoli del regista. E’ curioso notare come, mentre da una parte Argento tenti di approfondire l’analisi psicologica dei personaggi (le incomprensioni di coppia – che egli stesso in quel periodo stava vivendo con la moglie -, le frustrazioni del protagonista per non potersi confidare con nessuno, il trauma infantile da cui viene originata l’intera vicenda), dall’altra inserisca numerosi personaggi caricaturali (il postino, il detective omosessuale Arrosio, la coppia formata da Dio – interpretato da Bud Spencer – e dal “professore”) che danno vita a siparietti di stampo comico che diventeranno in seguito quasi un marchio di fabbrica dei lavori migliori del regista (si veda per esempio alcune sequenze di Profondo Rosso, 1975).

Le intuizioni di Argento in Quattro mosche di velluto grigio sono molte, prima tra tutte il meraviglioso finale dell’incidente, per il quale fu usato un macchinario speciale in grado di rallentare la scena all’inverosimile. In mezzo ci sono molti momenti indimenticabili: la scena iniziale con l’omicidio (?) involontario all’interno del teatro fotografato da un ventriloquo da un palchetto (l’espediente del pupazzetto verrà poi ripreso in una scena altrettanto mitica del successivo Profondo Rosso), il siparietto erotico nella vasca da bagno tra Brandon e Francine Racette, il già nominato omicidio nel parco della Fabbri e quello successivo del detective nella toilette pubblica della metropolitana di Milano.

Senza dimenticare il fantomatico vicino (che mai appare nel film) di cui si sa solo che ordina per posta giornaletti porno, gli strampalati racconti dell’amico baffuto di Brandon, la mostra di arte funeraria, l’inquietante sogno premonitore del protagonista nella piazza araba, l’inverosimile (ma geniale) espediente delle mosche impresse sulla retina della Racette. In questo film Argento continua il discorso su ciò che è realmente vero e ciò che si pensa essere vero (la mano che impugna il pugnale ne L’uccello dalle piume di cristallo, il “quadro” mancante in Profondo Rosso): stavolta al protagonista viene fatto credere di aver commesso un omicidio quando invece è stato orchestrato un inganno alle sue spalle. Interessante ma poco chiaro il modo in cui il detective arriva a scoprire il colpevole: era stato lui stesso cliente di quella casa di cura?

Anche altre cose nella sceneggiatura non si incastrano perfettamente, ma il fascino di Quattro mosche di velluto grigio è innegabile. La pellicola infatti è permeata per tutta la sua durata (oltre cento minuti) di un fascino oscuro e visionario, talvolta realista talvolta onirico, che deflagra infine con le ultime scene e la spiegazione finale nel ghigno folle che rappresenta la maschera della follia. Non sarà continuo e bilanciato come L’uccello dalle piume di cristallo né ricco di intuizioni variopinte e delitti sanguinari come Profondo Rosso, ma Quattro mosche di velluto grigio è da considerarsi, per tecnica registica ed importanza storica, al loro stesso livello. Riuscito come sempre lo score musicale di Ennio Morricone, che riesce a sottolineare al meglio i momenti del film, sia quello di tensione che quelli più comici.


Video:

Trailer del film.


Valutazione: 82/100


Film collegati:

Influenze:

Film ispirati:

Film simili:

L’uccello dalle piume di cristallo (1970)

Il gatto a nove code (1971)

Profondo Rosso (1975)

Tenebre (1982)


5 commenti

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5 risposte a ““Quattro mosche di velluto grigio” (1971)

  1. passoaprendertistasera

    E’ vero.Non si capisce come mai questo film sia stato per così tanto tempo introvabile in cassetta.La scena nel parco vale da sola la visione del film.

    • …anche se presa di peso da “Lo strano vizio…”. Comunque migliore e costruita coi tempi giusti. Ottima recensione e complimenti per il blog.

    • stefano

      Il motivo per cui è stato introvabile fu lo stesso Dario Argento a dirmelo alcuni anni fa in occasione di un incontro alla cineteca di Bologna. Se non ricordo male il film fu una co-produzione italo-tedesca-statunitense e Argento per strane vicissitudini produttive non disponeva di nemmeno una copia della pellicola; l’unica copia (con titoli in inglese) era negli Stati uniti e per questioni di diritti di produzione è rimasta inaccessibile per moltissimi anni anche allo stesso regista. Mi ricordo che all’inizio degli anni novanta l’unica copia VHS che riuscii a trovare fu una registrazione amatoriale presa dalla tv in una delle rare proiezioni fatta da una televisione privata nei primi anni ’80.

  2. Francesco

    Salve i Goblin qui non c’entrano la musica iniziale è di Morricone,ispirata ai Pink Floyd che dovevano essere in origine gli autori della musica,ma che alla fine non si riuscirono a contattare,penso per motivi di budget.

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