“Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave” (1972)


Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (titolo che è un auto-citazione che il regista Sergio Martino fa di una frase che appare scritta su un bigliettino nel suo Lo strano vizio della signora Wardh, uscito l’anno precedente) è un thriller italiano molto casereccio, liberamente ispirato al racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe, che si fa ricordare più che per l’effettivo valore artistico per la presenza di una bellissima Edwige Fenech, che all’epoca aveva 24 anni ed era forse al picco della sua prestanza fisica; senza la sua partecipazione probabilmente il film non avrebbe nemmeno raggiunto la sufficienza e sarebbe caduto nel dimenticatoio.

La trama è la seguente: in un paesino veneto i coniugi Rouvigny abitano un vasto casolare. Lui, Oliviero (Luigi Pistilli), è uno scrittore alcolizzato, decadente e depravato, mentre la moglie Irene (Anita Strindberg) appare fin dalla prima scena come una mantenuta che si fa di continuo umiliare dal marito. Oliviero ha un gatto nero di nome Satana (sic), che la moglie Irene detesta; è inoltre ossessionato dalla figura materna, morta qualche anno prima, della quale tiene un enorme ritratto nel salotto. Oliviero, colpito dalla “sindrome della pagina bianca” ormai da anni, si diverte come può ospitando nel suo casolare party sfrenati ai quali invita dei giovani hippies che vivono in un camping nei dintorni e schiavizzando, come detto, la moglie Irene e la domestica di colore.

Il rapporto tra Oliviero e Irene muta quando nelle campagne circostanti viene uccisa una giovane donna, con la quale Oliviero aveva un appuntamento la sera stessa; Irene ha paura che l’abbia veramente uccisa lui ma copre il marito davanti all’ispettore della polizia. Successivamente viene uccisa anche la domestica di colore della villa, la quale prima di morire indossava il vestito della defunta madre di Oliviero. Quest’ultimo giura la sua innocenza alla moglie Irene e la convince ad occultare il cadavere in cantina, onde evitare grane con la polizia.

La frattura definitiva all’interno della coppia si ha però quando giunge sul luogo la giovane e provocante nipote Floriana (Edwige Fenech), la quale è una postadolescente ninfomane. Come da copione, Floriana fa subito colpo su Oliviero, che se la porta a letto senza troppa difficoltà; ma nel frattempo Floriana intreccia anche un rapporto lesbico con Irene ed un’altra relazione casuale con il lattaio del paesino (per inciso, le scene di nudo e di sesso con la Fenech sono le sequenze migliori del film).

Intanto in paese cade sotto i colpi del killer una terza vittima, una prostituta da poco giunta da Brescia. Tuttavia anche l’assassino in questa occasione ci rimette la pelle e la polizia dichiara chiuso il caso, facendo le proprie scuse ad Oliviero in quanto era il sospettato numero uno. Nel frattempo Irene, in uno scatto d’ira verso il gatto del marito, gli cava un occhio con un paio di forbici; Satana non ritorna più alla villa per diversi giorni e tutti (Irene compresa) lo credono morto. Oliviero, sospettando che sia stata la moglie, arriva quasi al punto di ucciderla. Floriana fa un po’ il doppio gioco, stando ad ascoltare i deliri di Oliviero che manifesta il desiderio impellente di disfarsi della moglie e allo stesso tempo consigliando a quest’ultima di farlo fuori lei per prima.

Una sera, dopo aver rischiato di essere uccisa nuovamente dal marito, Floriana impugna le forbici e uccide Oliviero, mentre quest’ultimo giace addormentato di fronte alla sua macchina da scrivere. Supplica quindi la collaborazione di Floriana, la quale in cambio del silenzio pretende i gioielli dell’ormai defunta madre di Oliviero, ottenendoli. Le due murano poi il cadavere in cantina, insieme a quello della domestica di colore precedentemente uccisa (da chi ancora resta un mistero).

Il finale, come al solito nei film di questo genere, è a sorpresa: si scopre che i killer sono due: il primo, un povero pazzo mai apparso nel film, ha fatto fuori la prima vittima e la prostituta (ed è appunto l’assassino morto poi nello scontro con quest’ultima). Il secondo è un amante di Irene (un inquietante Ivan Rassimov con i capelli bianchi), il quale ha ucciso la domestica. Lui ed Irene hanno inscenato il tutto per disfarsi di Oliviero. I due, non paghi dei loro crimini e con la scusa di riprendersi indietro i gioielli della madre di Oliviero, uccidono infine anche Floriana ed il lattaio, simulando un incidente motociclistico presso un tornante dei monti che circondano il paesino. Per concludere il quadro, Floriana si disfa anche del complice e amante, spingendolo giù per un burrone.

Nella scena finale del film, però, seguendo l’esempio del racconto di Poe, Martino fa giungere la polizia al casolare di Irene, con la scusa di aver ricevuto da una vecchia una denuncia verso la moglie del fu Oliviero causa maltrattamenti e sevizie sul gatto nero. Attirati dai misteriosi miagolii del gatto che si credeva morto la polizia scende in cantina, dove dietro ad una parete murata di recente scopre i cadaveri della serva di colore e di Oliviero: con loro, ovviamente, il malefico gatto nero senza un occhio.

Come detto, il film non presenta particolari meriti artistici: le cose migliori di Sergio Martino nel genere si potranno vedere in Tutti i colori del buio, uscito nello stesso anno. Persino un’idea avveneristica come si potrebbe credere sia quella dei deliri battuti sulla macchina da scrivere (resa poi nota al grande pubblico da The Shining di Kubrick un decennio più tardi) è in realtà una becera citazione di Les Diaboliques, film thriller francese di metà anni Cinquanta. La sceneggiatura è condita da espressioni dialettali, frasi trashissime e ripetuti riferimenti erotico-sessuali (il più delle volte le tre cose vanno a braccetto). La colonna sonora è ordinaria, la prestazione degli attori (eccezion fatta per la Fenech) è lineare senza essere eccezionale (un po’ meglio comunque Pistilli nella parte dello scrittore decadente, una specie di Lou Reed in età avanzata). Nel mezzo, oltre alle pregevoli scene erotiche, persino una trashissima gara motociclistica! Insomma, in definitiva da vedere solo per la notevole presenza di una Fenech in formissima e per qualche omicidio splatter non da buttare.

Video:

Uno dei nominati dialoghi “sopra le righe” della pellicola; rende bene l’idea della sceneggiatura scritta per Il tuo vizio

Valutazione: 6.0

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