“Banditi a Milano” (1968)


Banditi a Milano è un film di Carlo Lizzani del 1968, con la partecipazione nel cast di Gian Maria Volonté e Tomas Milian. Il film è considerato uno dei precursori più stretti del genere poliziottesco poiché, pur non essendo ancora un poliziottesco in senso stretto, presenta molte scene che diverranno tipiche del genere (rapine, inseguimenti, sparatorie, criminali dalla personalità complessa e talvolta contraddittoria che si elevano ad anti-eroi).


Trama:

Il film inizia con un’intervista-documentario attraverso la quale il commissario Basevi (Tomas Milian) analizza i cambiamenti della malavita nella città di Milano nel passato recente: la criminalità oggi consiste per lo più nel taglieggiamento ai proprietari dei locali notturni e delle bische clandestine, nell’estorsione ai negozianti, in un comportamento più audace e violento reso possibile dalla reticenza e dall’omertà di chi subisce le prepotenze del racket. Si analizza anche come viene messo a punto il nuovo reclutamento nella prostituzione e come viene punito chi, una volta dentro, cerca di sfuggire (viene mostrata una ragazza assoldata per diventare una cantante famosa: non appena si rifiuta di prostituirsi viene bruciata viva in un bosco).

Le immagini passano poi ad un altro episodio: nel centro di Milano la folla inferocita cerca il linciaggio di un criminale. Basevi, parlando con lo spettatore, gli domanda quale crimine può giustificare una tale aberrazione di comportamento anche nei più tranquilli cittadini. Con questo pretesto, inizia un flashback narrativo con il quale il commissario mostra allo spettatore cosa accadde prima del tentato linciaggio.

Pietro Cavallero (Gian Maria Volonté) crea una banda criminale allo scopo di pianificare rapine alle banche milanesi. Con lui ci sono Sante Notarnicola (Don Backy), Adriano Roveletto detto “Bartolini” (Ezio Sancrotti) e il giovane diciassettenne torinese Donato Lopez detto “Tuccio” (Ray Lovelock). Viene mostrata allo spettatore la costituzione della banda nata con l’idea di finanziare una rivoluzione proletaria, il reperimento delle armi e le prime rapine, quasi sempre organizzate in forma di “doppiette” (due una di fila all’altra nello stesso giorno). Poi il film si concentra sulla vicenda cardine della narrazione, vale a dire la rapina al Banco di Napoli, la loro diciassettesima nonché l’ultima e la più tristemente famosa.

Ci vengono mostrati i preparativi del disegno criminoso, la ricognizione alla banca, il furto di un’auto, l’entrata nell’istituto di credito da parte dei banditi e gli imprevisti che portarono all’identificazione dell’automobile in fuga. La polizia si getta all’inseguimento dei banditi che danno vita ad una sparatoria per le vie di Milano che lascerà per le strade quattro morti e venticinque feriti. Bartolini viene preso e sottratto al linciaggio dalla polizia, che in questura lo costringerà a parlare (in realtà il flashback viene raccontato da lui), e anche Tuccio, ritornato rocambolescamente a Torino, viene identificato e catturato dalla polizia. Cavallero e Notarnicola si danno alla macchia nei boschi e nei paesini della Brianza. Dopo otto giorni vengono trovati, catturati e costretti alla resa.


Commento:

Banditi a Milano tratta della rapina all’agenzia n.11 del Banco di Napoli in largo Zandonai a Milano, eseguita dalla Banda Cavallero il pomeriggio del 25 settembre 1967. E’ innegabile che abbia ispirato numerosi film poliziotteschi a seguire, come per esempio Milano odia: la polizia non può sparare (Umberto Lenzi, 1974). Il film inizia in modo ambiguo, con una specie di documentario sulla malavita a Milano sostenuto da una voce narrante e da alcune immagini esplicative: questo preambolo è più unico che raro nei film di questo genere, e anche questo fa capire come Banditi a Milano non sia un poliziottesco in senso stretto, ma piuttosto uno dei più evidenti precursori del filone.

Anche la vicenda di cui il film tratta è narrata (da uno dei rapinatori, ormai catturato dalla polizia) con l’espediente del flashback. Lo spettatore dunque sa fin dall’inizio che i rapitori sono stati presi ed il regista si limita ad offrirgli la ricostruzione dei fatti, come se lo spettatore accendesse il televisore e guardasse il resoconto della vicenda al telegiornale. Momenti memorabili in Banditi a Milano ce ne sono eccome (su tutti il mitico inseguimento che verrà ricalcato da decine di film del filone poliziottesco) ma fondamentalmente a rendere grande il film è l’interpretazione di Gian Maria Volonté nei panni di Pietro Cavallero, il capo della banda di rapinatori. Volonté veste la figura di un criminale colto, organizzato e persino arrendevole ed auto-ironico quando, nel finale, viene preso dalla polizia. Si viene così a creare quasi la figura di un anti-eroe, che farà per altro strada nei film a seguire (in questo senso tocca menzionare perlomeno i criminali interpretati negli anni settanta da Tomas Milian).

Proprio lo stesso Milian inizia la sua carriera poliziesca con Banditi a Milano, nel quale interpreta un commissario napoletano dotato di un certo piglio, ruolo lontanissimo da quelli che interpreterà – con ben più successo – negli anni a seguire. Milian in questo film, oscurato da Volonté, passa quasi inosservato, mancando totalmente della verve tragico-comica dei personaggi che creerà nei film successivi (Giulio Sacchi in Milano odia: la polizia non può sparare, il Gobbo e er Monnezza nei successivi lavori di Lenzi). Così, va a finire che Banditi a Milano, pur essendo uno dei film più rilevanti del genere, serve a Milian (probabilmente il più grande attore di tutto il filone) solo da apprendistato. Poco male, visto quello che poi è diventato, e senza dubbio un bel trampolino di lancio.

Molto interessante come Lizzani mostri allo spettatore, oltre al piano criminoso della banda di Cavallero, anche l’insopportabile comportamento di alcune persone per bene: si passa dall’uomo odioso che chiede insistentemente che venga ritrovata la sua auto rubata alla mitomane che chiama in centrale per farsi inviare un poliziotto per “farle la guardia”. Il tutto si svolge in una Milano assopita e bellissima, nella quale la fuga a tutto gas della banda sembra tagliare come un coltello la nebbia meneghina. Banditi a Milano non sarà ancora – come detto – un poliziottesco nel senso proprio del termine, ma è pressoché garantito che tutti gli amanti del filone si divertiranno non poco durante la visione, e se non altro capiranno molte cose riguardo alla genesi del genere in senso stretto.


Video:
Una parte dello storico inseguimento presente nel film.


Valutazione: 81/100


Film collegati:

Influenze:

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Film simili:

Milano odia: la polizia non può sparare (1974)

Cani arrabbiati (1974)


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