“La Montagna del Dio Cannibale” (1978)


Dopo aver snocciolato per bene lo spaghetti western e il giallos all’italiana, il regista romano Sergio Martino si avventurò (è proprio il caso di dirlo) nel genere adventure-horror. Ne La Montagna del Dio Cannibale del 1978, che è il primo tassello di una supposta trilogia (seguirono nel 1979 L’Isola degli Uomini Pesce e Il Fiume del grande Caimano) Martino segue fondamentalmente la nuova ondata del filone cannibale iniziata nel 1972 con Il Paese del Sesso selvaggio di Umberto Lenzi e diventata poi nota soprattutto grazie a Ultimo Mondo Cannibale (1976) e Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato.


Trama:

 

Susan (Ursula Andress) vuole organizzare una spedizione in Nuova Guinea, dove da mesi suo marito Henry è scomparso senza più fare ritorno. Nonostante la polizia sia assolutamente contraria, Susan trova l’appoggio del fratello Arthur (Antonio Marsina) e del professor Edward Foster (Stacy Keach). Così i tre organizzano una spedizione clandestina e partono in men che non si dica per la Nuova Guinea, portandosi dietro i servi indigeni di Foster. Una volta giunti sul luogo – nemmeno il tempo di iniziare le ricerche – i tre uccidono una tarantola velenosa e gli indigeni avvertono che l’uccisione della bestiaccia non è un buon segno; perciò sacrificano un’iguana (sventrandola e poi cibandosi delle sue interiora) alle loro divinità.

Ovviamente gli indigeni la sapevano lunga e ai nostri avventurieri ne succedono d’ogni: molti servi cadono in trappole e rimangono uccisi negli scontri con una razza particolarmente bellicosa di indigeni, chiamati Puka, che indossano spaventose maschere e si pitturano il corpo con una polvere bianca. Foster, che anni prima era stato catturato dalla tribù dei medesimi, è terrorizzato in quanto sa per certo che essi praticano il cannibalismo. Morti tutti i servi indigeni che Foster si era portato dietro, ai tre superstiti si aggiunge un avventuriero di nome Manolo (Claudio Cassinelli).

Sebbene la ricerca del marito di Susan sia il motivo ufficiale della loro trasferta, tutti e tre gli esploratori hanno in verità un altro obiettivo: essi infatti vogliono trovare una miniera di uranio posta presso la leggendaria Montagna del Dio Cannibale, che si trova in mezzo alla giungla. Il loro desiderio di ricchezza è tale che Arthur non ci pensa due volte a lasciar morire Foster. Ma quando Susan e Arthur trovano la famosa miniera, dopo essersi subiti un predicozzo di Manolo sui loro scopi non certo nobili, i tre si trovano accerchiati dalla tribù dei cannibali che, dopo aver ucciso Arthur, porta Susan e Manolo alla loro grotta.

Quella sera, presso la grotta dei Puka ne succedono d’ogni: innanzitutto Susan riconosce in un cadavere in stato di putrefazione ridotto a idolo di adorazione il suo caro marito Henry; successivamente Susan viene spogliata, acconciata come una divinità atzeca e venerata dagli indigeni; infine gli indigeni si abbandonano ad un’orgia selvaggia. Durante la notte un indigeno tenta di violentare Susan e subisce così il violento biasimo del resto della tribù, che lo evira selvaggiamente. In qualche modo Susan e Manolo riescono a fuggire e scendere la corrente del fiume con una zattera rudimentale, mettendosi così in salvo.


Commento:

 

La Montagna del Dio Cannibale si potrebbe idealmente dividere in due parti: la prima, lunga più di un’ora, è prettamente cinema d’avventura con elementi tipici del genere mondo (soprattutto per quanto riguarda i sacrifici non simulati e le lotte tra gli animali); la seconda, che occupa l’ultima mezz’ora scarsa, è dichiaratamente horror-cannibal. Pur non essendo uno dei capisaldi del filone horror-cannibal, La Montagna del Dio Cannibale ha comunque diversi elementi interessanti, almeno per i cultori del genere. Riguardo alle scene con animali – per la gioia degli animalisti – ricordiamo innanzitutto la scena in cui i servi indigeni di Foster sventrano un’iguana e si cibano delle sue interiora e quella in cui un enorme serpente divora una scimmietta indifesa.

Non saranno le uniche scene di exploitation presenti nel film: la più clamorosa è infatti quella in cui l’indigeno che aveva provato a violentare Susan viene “punito” tramite una selvaggia evirazione con un’accetta. A questa si aggiungono poche altre sequenze splatter, tra cui degna di nota è sicuramente quella in cui l’indigeno nano, spinto da Manolo, sbatte violentemente il cranio a terra frantumandoselo. L’unica scena propriamente cannibal è quella in cui gli indigeni sventrano Arthur e si cibano delle sue frattaglie. Per quanto riguarda l’elemento erotico, basterebbe ricordare la sequenza dell’orgia degli indigeni nella propria grotta: essa inizia con un’inquadratura prolungata che mostra una masturbazione femminile, per poi spostarsi su un rapporto tra due indigeni e per concludersi nel delirio con l’immagine di un indigeno che si ingroppa un’enorme maiale, apparso all’improvviso! Per il resto si registrano i soliti (neanche troppi, considerando la filmografia di Sergio Martino) topless.

Se La Montagna del Dio Cannibale appare dunque abbastanza ricco di scene degne di nota per il genere – tra splatter, exploitation ed erotismo – purtroppo un giudizio positivo non può essere espresso anche a favore della pellicola intesa in senso puramente tecnico. Ben lontano dagli apici del genere, il film presenta infatti un soggetto ordinario, una sceneggiatura a tratti obbrobriosa (molti dei dialoghi non si possono sentire) e una recitazione degli attori pessima (una Andress spaesata, un Cassinelli e un Marsina che sembrano fare a gara a chi fa più facce da ebeti). E’ palese inoltre che Martino abbia voluto concentrare le sue idee migliori sull’ultima mezz’ora, ma così facendo il resto del film perde di mordente risultando a larghi tratti noioso (stesso problema del successivo L’Isola degli Uomini Pesce). Tirando le somme, La Montagna del Dio Cannibale è un film comunque sufficiente per il filone che segue, ma difficilmente potrà risultare interessante per chi non mastica il genere.


Video:

 

Trailer inglese del film.


Valutazione: 6.2

 

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Archiviato in adventure, cannibal, esotika, exploitation, horror

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